lunedì 23 ottobre 2017

I costi della politica, quelli dei politici e quelli del nostro innamorarci


Credo che a scuola dovrebbero insegnarci a comprendere l'ordine di grandezza di tanti costi, compresa quelli della democrazia. Impareremmo che 100 parlamentari in meno ci farebbero risparmiare pochi euro l'anno, che forse sarebbe utile risparmiare e forse no, se ci preme una maggiore rappresentanza. Pochi euro risparmieremmo anche se si riducesse drasticamente la retribuzione di ogni parlamentare. Con effetti però sicuramente positivi, in questo caso, per la sobrietà e qualità della politica. Assai più risparmieremmo se decidessimo di abrogare le Regioni, semplificando la macchina dello Stato. Ma molto di più, incommensurabilmente di più, guadagneremmo se sapessimo emanciparci dalle narrazioni della politica. Ricordandoci che un politico può avere convenienza a rischiare di bruciare la foresta comune per farsi un uovo al tegamino. Fuori di metafora, lo sconosciuto fino a ieri governatore catalano Puigdemont sarebbe rimasto uno sconosciuto e una comparsa della Storia se non si fosse intestato la battaglia indipendentista. Ed opaca sarebbe rimasta di converso l'immagine del premier Rajoy se non avesse risposto a muso duro, in nome di valori opposti recuperati nel deposito di trame e narrazioni disponibili. Incommensurabile il costo dello scontro per la Spagna e soprattutto per la Catalogna con la fuga di imprese e capitali. Ma dialogare, comprendere e mediare avrebbe giovato solo al popolo catalano e al popolo spagnolo. Non avrebbe giovato ai due protagonisti dello scontro. Che, come assai spesso capita, hanno preferito il loro uovo al tegamino al bene comune. Il referendum lombardo-veneto, in miniatura obbedisce alla stessa dinamica. Penso che l'antidoto sia solo la democrazia,quella vera, sostanziale, quella che ci chiede di studiare ed esercitare la fatica di pensare.

venerdì 20 ottobre 2017

"Comunisti" e buona morte


Non ero sicuro di voler seguire a PiazzaPulita il reportage sulle ultime ore di Loris Bertocco, accompagnato a morire in Svizzera. Non ero neanche sicuro che fosse giusto "spiare" quei momenti. Poi l'ho seguito, anche convinto dall'invito dello stesso Loris a fare del suo caso una battaglia politica per il testamento biologico e la buona morte. Mi ha confortato la serenità inimmaginabile di Loris. Mi hanno sconfortato le giustificazioni di funzionari comunali e regionali nel diniego di risorse aggiuntive ad un invalido gravissimo, diniego che ha indotto Loris ad accelerare i tempi del suo addio al mondo. . Poi mi sono ricordato che fra le ragioni per le quali, dopo il Pci, non ho votato i suoi presunti eredi con falce e martello, c'è questa. La tiepida attenzione o la frequente definizione dei "diritti civili", compreso il diritto di non essere inutilmente torturato, come "sovrastruttura borghese". "Sovrastruttura" un corno, vorrei dire. Aspettando un governo di sinistra vera che non rimastichi malamente letture marxiane, ma sia capace di rispondere a tutti i bisogni umani: dal cibo,al tetto, alla buona morte, all'eguaglianza che non è solo economia, ma impegno verso la felicità possibile per ogni uomo. Questo io chiamo "Socialismo".

Severgnini, Renzi e il grande imbroglio


Dell'intervista di Gruber a Renzi ad Otto e mezzo, sottolineo solo un dettaglio. Il segretario Pd scaricava colpe su colpe a chi era al governo prima di lui. Immagino abbia ritenuto opportuno evitare di infierire sul sereno Letta. Se l'è presa con Monti. E lì mi è piaciuto molto Severgnini che, più o meno, replica così: "L'Italia era a rischio di fallimento. Tutti quelli che votarono e sostennero Monti perché facesse il "lavoro sporco" che a loro non conveniva fare oggi sparano su Monti, il più vituperato dei premier. Attacchi troppo facili e sgradevoli".
Giusto. Penso che un ideale premier di sinistra avrebbe realizzato una manovra non meno dura ma più equa. Ma non certo incrementando deficit e debito, cosa non consentita dalla "matrigna" (fra virgolette) Europa. Oggi invece Renzi propone la ricetta dell'incremento del deficit al 3%. E meno tasse per tutti naturalmente. Chi pagherà? L'Europa o i governi futuri e le generazioni future? L'Europa no. Qualcuno dovrebbe spiegare ai frastornati cittadini che il bersaglio Monti e il bersaglio Europa non sono ispirati da un progetto di politica popolare, ma dall'esigenza di occultare interessi di classe. Un grande e impunito imbroglio.

giovedì 19 ottobre 2017

L'educato Cuperlo nell'era del marketing politico


Ho sentito Gianni Cuperlo ieri sera, intervistato da Gruber (che stasera intervisterà Renzi). Che dire? Ha un po' riassunto il senso del suo ultimo libro (Sinistra, e poi...). Con temi e proposte non troppo distanti da quelli di Corbyn (vedi sotto), mi pare. Mi sono chiesto quanta fatica faccia Cuperlo ad apparire così rispettoso nei confronti del segretario del Pd. Forse è una scelta culturale di sobrietà (per nulla attuale) e che personalmente condivido, per non lasciare un linguaggio avvelenato a quelli che verranno dopo.Forse è una fatica utile anche per giustificare la sua permanenza in un partito dalla cui anima e dal cui baricentro appare assai distante. La sua scommessa evidente è quella di lasciar logorare la leadership renziana, sconfitta dopo sconfitta, al contempo marcando una prospettiva diversa ed opposta. Ed offrendo una sponda non umiliante ai profughi dal renzismo. Riguardo il Rosatellum. Riguardo l'idea di un partito orizzontale, inclusivo e aperto alle alleanze a sinistra. Riguardo la mozione anti Visco che Cuperlo non ha votato. Riguardo il rifiuto netto di una alleanza futura con Berlusconi. Riguardo la speranza di un ritorno alla casa madre di quelli che hanno lasciato il Pd. Riguardo tutto insomma. Mi sono detto che evidentemente Cuperlo ritiene che,malgrado il Pd sia oggi una scatola vuota che il vincitore delle primarie può riempire come vuole, la rendita del logo, del marchio della Ditta, sia un patrimonio che non giova disperdere. Marketing insomma. Del resto si dice che un nome, quello di Berlusconi, valga da solo due milioni di voti. Io che non escludo quasi niente non escludo neanche che il colto ed educato Cuperlo abbia ragione. Purtroppo.

mercoledì 18 ottobre 2017

La sovranità spiegata ai bambini (e a Salvini)


Qualche volta mi capita di citare la frase che Giulio Cesare, secondo Plutarco (Vita di Cesare, 11,4), avrebbe pronunciato attraversando un piccolissimo villaggio delle Alpi.”Malo hic esse primus quam Romae secundus” (Preferirei essere primo qui che secondo a Roma). La cito contestandola giacché, ammesso che Cesare l'abbia mai pronunciata, è un pessimo programma. Oggi purtroppo programma di molti. Io penso infatti che sia più gratificante essere secondi a Roma. Assai più che primi nel piccolo villaggio.Cito la presunta affermazione di Cesare volendo trasferirla al concetto e alla pratica della sovranità. La trasferisco al concetto di sovranità popolare.
Certamente tanto più è piccolo l'ambito e il territorio in cui esercito come cittadino la mia quota di sovranità tanto più visibile è il mio apporto in quell'ambito e territorio. Padrone a casa mia, comproprietario nel condominio, un po' meno nel quartiere, meno ancora nella città, e sempre meno nella Regione, nel Paese, in Europa e nel mondo. I “sovranisti” ne deducono che giovi chiudere le frontiere per essere sovrani a Roma, in Catalogna o in Francia. Certo, i sovranisti sono divisi al loro interno. Perché qualcuno vuole essere sovrano a Milano, altri in Lombardia, altri in Italia. Vedi recente conflitto Salvini-Meloni, a proposito del referendum lombardo-veneto. A me pare che solo gli inconsapevoli possono credere di bere meno caffè se ne versano due tazzine nel quarto di litro di bianco latte che resterà chiaro. E di berne di più se bevono un nero caffè in tazzina. Non è così. Ma non è neanche necessariamente vero il contrario. Perché non tutti beviamo due tazze di caffè nel latte, né nel menù nazionale né in quello globale. Salvini e Meloni, non avendo intenzione alcuna di sottrarre un po' di caffè agli Agnelli e a Marchionne ci propongono di contenderci dosi della nera bevanda in competizione con altre Regioni e Paesi, lasciando in pace gli obesi locali.
Nella pentola dello Stato nazionale e ancor più nel pentolone della globalizzazione qualcuno neanche avverte il sapore del caffè. Questo avviene perché in ambito più largo la propria parte a volte è invisibile, ed a a volte proprio non c'è. Capita però anche (a me sì) di accorgersi che la propria volontà è ben presente nel pentolone di caffellatte e assai poco nella insipida tazzina di caffè nazionale. Sento, ad esempio che la mia volontà conta niente nell'ultima proposta di legge elettorale italiana. Invece è presente nella presunta matrigna europea quando raccomanda, inascoltata in Italia, di non legiferare in materia elettorale nell'imminenza del voto. Egualmente, più che dal mio Paese, mi sento protetto dall'Europa quando denuncia l'affollamento e il degrado delle nostri carceri nelle quali non posso escludere di finire ospitato. Allora mi pare che più che rivendicare sovranità nel villaggio delle Alpi dovremmo esercitare la competenza a capire se e quanto pesiamo nel paesino e in Europa e la volontà di pesare di più: in Italia, in Europa, nel mondo. Decidendo insieme cosa attribuiremo al piccolo e cosa al grande. Forse cosa mangiare è bene deciderlo nel piccolo. Non lasciandolo decidere alle banche e alle multinazionali e neanche però ai sofisticatori nazionali. Comprendendo altresì che quanto inquinare mare ed aria è certamente meglio deciderlo nel mondo: nel mondo dei popoli, non nel mondo delle multinazionali. Nel mondo comunque. A meno di non essere così sciocchi come cittadini da pensare che se “sovranamente” decidiamo di inquinare pur di abbuffarci di patatine oleose e distribuiamo al mondo i veleni delle nostre industrie, il resto del mondo si preoccuperà di non avvelenare il nostro mare. E' una riflessione per i cittadini, non per i governanti. A Trump conviene fingere di credere che denunciando gli accordi sul clima sta facendo un regalo ai suoi elettori. Se ci crede. Purtroppo i suoi elettori ci credono.

martedì 17 ottobre 2017

La società criminale

Cosa penso? Penso che le parole di Daphne Caruana Galizia prima di essere assassinata non si riferissero solo a Malta. "Ci sono criminali ovunque si guardi adesso, la situazione è disperata". E' vero: il mondo affonda nel letame e l'unica consolazione possibile è che neanche ci accorgeremo di essere governati da criminali; diventeremo sempre meno consapevolmente loro partner e fiancheggiatori. A meno che....
P.S. Formulo il mio inutile attestato di stima infinita alla memoria della giornalista uccisa.

La rubrica "lotta alla povertà"



Nella presentazione della manovra del nostro governo quel che più mi impressiona è la rubrica della "lotta alla povertà". Con "ben" 300 milioni su 20 miliardi (uno più uno meno) a fronte di un Pil e di un debito di migliaia di miliardi. Non cerco quanti perché il rapporto di grandezza è comunque smisurato. 300 milioni per combattere la povertà di milioni di cittadini, 300 milioni, pari al costo annuo di un grande manager o ai profitti annui di un imprenditore di slot machine. 300 milioni per un uomo solo e 300 milioni per milioni di poveri. Dico una follia o faccio demagogia se affermo che la lotta alla povertà non può essere una piccola rubrica di governo, ma il nucleo di un programma di governo? O è questo o è niente.

lunedì 16 ottobre 2017

Chi è il mio prossimo


Molti amici e compagni stanno commentando la strage di Mogadiscio sottolineando l'evidenza. I media danno alla strage uno spazio assai minore rispetto alle stragi che in questi anni il terrorismo ha inflitto all'Europa. Non so se sia giusto contare i morti. I "nostri" sono meno numerosi. Non attribuirei peraltro solo ai media la responsabilità della sottovalutazione delle stragi lontane da noi. Credo infatti che sia inevitabile considerare "prossimo" il più vicino. A parte i familiari, chi veste come noi, prega come noi, mangia un po' come noi e a scuola studia una Storia simile alla nostra, insomma quelli in cui più facilmente vediamo noi stessi. Perché in definitiva quando piangiamo l'altro piangiamo noi stessi. Insomma proporrei maggiore indulgenza o una assoluzione provvisoria. Educandoci intanto pian piano a vedere noi stessi anche nei corpi smembrati di Mogadiscio. E soprattutto decidendo che siamo pronti a pagare il prezzo per salvare il prossimo lontano di cui nulla sapevamo nel nostro tempo felice perché ignorante.

domenica 15 ottobre 2017

A proposito di alternanza: proteggere e/o sporcarsi le mani


Difficile parlare di questa storia dell'alternanza scuola lavoro aspramente contestata ieri da tanti studenti nelle piazze italiane. Mi avventuro sperando nell'indulgenza delle opposte fazioni politiche e degli insegnanti esperti per definizione. Mutatis mutandis, penso a Barcellona e mi chiedo quanti siano gli unionisti messi in ombra (o intimiditi) dalla passione "patriottica" degli indipendentisti. Nel merito Il mio personale problema interpretativo nasce da questo. Premetto che sono convintamente socialista e convinto dell'insostenibilità della proprietà privata: sicuramente della grande proprietà: Ma comunque vigile suoi guasti prodotti dalla filosofia di impresa (anche quella medio-piccola).Ciò precisato, credo che la scuola debba rapportarsi alla vita assai più di quanto oggi non faccia. Debba calarsi con i suoi studenti nella vita (non solo lavorativa) per sperimentarvi dentro le proprie categorie, interpretative della vita stessa. Per darvi senso e forza e per parzialmente ricostruirle. Di questo sono convinto anche perché ho incontrato troppi studenti che denunciavano la loro percepita insignificanza del percorso scolastico rispetto ai loro bisogni non solo di "sapere" ma di orientamento in "questo" mondo. L'ideale sarebbe che la scuola si calasse nella vita e nei suoi conflitti (sociali, culturali, lavorativi) non occasionalmente. Insomma l'alternanza oggi praticata è assai meno dell'alternanza auspicabile. E l'alternanza dovrebbe essere micro e macro.Cioè con lavoro entro il percorso formativo ma anche con alternanza di cicli in cui prevalentemente si lavora ed altri in cui prevalentemente si studia. Aggiungo che non penso al rapporto con le imprese finalizzato solo e necessariamente agli aspetti tecnici di un futuro lavoro. Penso cioè che anche al liceale (ammesso e non concesso che debba persiste la distinzione fra licei e istituti tecnici e professionali) possa giovare entrare in un contesto in cui si preparino e servino hamburger. Oltre che collaborare alle attività di un museo o di una biblioteca o di una missione archeologica. Il problema è che le imprese spesso,.se non inevitabilmente, cercheranno il proprio lucro. Ma è possibile vigilare su questo ed immagino che il tutor scolastico possa vigilare affinché gli studenti non siano ridotti ad addetti alle toilette. Come pure sarebbe opportuno un albo delle buone imprese da fare pubblico come contropartita reputazionale per l'accoglienza. E sarebbe opportuno liberarsi del vincolo delle 200 ore di alternanza per i licei e delle 400 per gli istituti tecnici e professionali. La cosa peggiore sarebbe buttare il bambino della preziosa alternanza assieme all'acqua sporca dell'arbitrio di imprenditori furbetti. A meno che non si pensi che alla conclusione di un ciclo di studi tutto compiuto nell'aula scolastica lo studente faccia ingresso in un mondo del lavoro accogliente e in cui lo sfruttamento non abbia posto. P.S. Ai compagni ostili ad ogni prodotto dell'epoca renziana oserei fare notare che fare il contrario di quel che fece lui non è un programma politico. Anzi significa accettare che l'avversario ci detti la linea politica.

martedì 10 ottobre 2017

Eschilo fra Spagna e Catalogna


Gli amici, anche quelli a me più vicini, hanno ben chiaro chi sia il buono e chi il cattivo. Per alcuni il cattivo è Puigdemont, il golpista. Per altri il cattivo è Rajoy, il franchista. Io credo che cattivo sia il meccanismo infernale che non consente di fermarsi per timore di perdere tutto. Qualcuno, come Concita De Gregorio (con un po' di sangue catalano) ha descritto bene il meccanismo. A mio avviso lo ha descritto una volta per tutte, ben al di là di ogni circostanza storica, Eschilo. Oreste uccide Clitennestra ed è matricida, ma lo è per vendicare il padre assassinato. Clitennestra è fedifraga ed assassina di Agamennone, ma lo è per vendicare la figlia Ifigenia assassinata dal padre. Il padre è assassino della figlia ma lo è perché il suo sacrificio giovava alla causa greca. E la causa greca è giusta perché è giusto vendicare il ratto di Elena. Ed Elena è l'unica colpevole senza giustificazione. Colpevole di possedere la bellezza. La catena che conduce ad Oreste, colpevole finale, è interrotta solo dal deus ex machina. E' interrotta da Atena che fa sì che Oreste paghi una pena simbolica che soddisfi il tribunale popolare.Appunto, Spagna e Catalogna non hanno trovato il deus ex machina che interrompesse la catena delle recriminazioni. Avrebbe potuto essere l'Europa quel deus ex machina. Potrebbe esserlo.

venerdì 6 ottobre 2017

CasaPound e il bambino dispettoso


So bene che gli amici potranno rimproverarmi perché non è il caso di scherzare sui fascisti. Però per me queste righe sono coerenti col mio antifascismo viscerale. CasaPound è espressione compiuta della cosiddetta "Destra sociale", anzi propriamente del "Fascismo sociale". Da tempo osservo e leggo con sentimento che è più di divertimento che di indignazione (che pure c'è certamente) dichiarazioni e manifesti di CasaPound che pubblicizzano l'opera sociale di fornire cibo a chi ne ha bisogno. Un po' come, in varie forme, fanno tante associazioni del volontariato, prevalentemente cattolico. CasaPound lo fa pure. Però scrive bene in evidenza SOLO PER GLI ITALIANI. Oggi ho capito cosa mi procura, malgrado me stesso, divertimento. Mi sono ricordato di cose dell'infanzia. Nella comitiva di bambini ogni tanto c'era uno fra noi che comprava un pacchetto di caramelle. Ne offriva qualcuna all'amico preferito. E scrutava compiaciuto e sadicamente lo sguardo perplesso e i segni del desiderio negli occhi degli altri. Perché il piacere vero non era evidentemente quello di gustare le caramelle comprate; e neanche quello di offrirle all'amico. Assolutamente no. Il piacere sottile e morboso era quello di negarle agli altri. Ecco, CasaPound è questa malattia infantile. CasaPound, il fascismo e Belpietro dal sorriso ringhioso vogliono contagiarci questa malattia dell'infanzia. Che negli adulti è mortale.

Amministrare declino e rassegnazione


In sintesi i dati Istat ed Ocse ci dicono che cresciamo (qualcuno cresce), ma meno di quasi tutti. Che l'occupazione cresce (considerando occupato anche chi lavora un'ora al giorno), ma meno che in quasi tutto il resto d'Europa. Che la crescita del debito frena, ma il debito resta il più alto in Europa. Che i laureati sono nettamente meno che nella media europea e che però sembrano troppi perché pochi lavorano e pochissimi lavorano in mansioni coerenti, per livello e indirizzo, alla laurea conseguita. Insomma cogliamo meno degli altri gli effetti della modesta alta marea. Intanto i penultimi delle periferie sono accompagnati alla destra estrema da Salvini, CasaPound e qualche prete addirittura, col concorso di un centro inetto che non trova intelligenza e risorse per l'integrazione. Le risorse che servirebbero a dare un tetto ad italiani e immigrati servono a costruire seconde case, inutili autostrade e resort briatoriani. Ci avviamo sempre più verso un modello di Paese mordi e fuggi che regala al resto d'Europa i suoi ragazzi costosamente allevati e formati. Un Paese stupido e masochista, oppure "generoso", secondo i punti di vista. In compenso abbiamo un premier serio che non fa smorfiette e battutine ma amministra, sulla scia del precedente governo, il declino. Però con compostezza.

venerdì 29 settembre 2017

La politica e l'amicizia


Essere stato “bannato” da una “amica” non mi ha sconvolto. Era una “amica” con virgolette o poco più. Lo stesso io per lei. Un po' più di una “amica” fb, perché a differenza di ciò che avviene (o non avviene) quasi sempre su facebook, in questo caso ci eravamo incontrati, ci eravamo sentiti al telefono, avevamo progettato gite insieme. Lo dico perché anche lei lo ha pubblicamente ricordato. Non sono sconvolto, dicevo. Sono perplesso e sollecitato a rimuginare su cosa significhi “amicizia”. Questo abbozzo di amicizia è stato bruciato dalla politica o da cosa? So bene che oggi l'alternativa “Minniti o Strada” divide quanto ieri quella “Renzi o Bersani”. Tempo fa bannai un “amico” facebook che mi aveva mandato letteralmente a quel paese per una mia critica (non insolita) a Renzi. Ero rimasto di sasso perché c'era stato un dialogo personale intenso fra noi. Eppure...Da allora ogni tanto sono indotto a pensare che forse non si può essere amici se non si condivide simile visione politica. E, dal suo punto di vista, bene aveva fatto quell'amico a mandarmi al diavolo se sentiva Renzi come spartiacque fra il bene ed il male. Per lui mi ero rivelato una forza ostile al suo mondo e ai suoi sogni. Altro che amico... Aveva ragione. Forse. Dico “forse” perché d'altra parte ricordo a me stesso che fra i miei più intimi amici il più intimo è il mio ex compagno di banco al Liceo. A lui “affidavo” (erano altri tempi...) la mia ragazza (ora mia moglie) quando ero lontano. Eppure politicamente eravamo assai divisi. Lui sempre a destra. Io sempre a sinistra, pur con i miei ondeggiamenti e tormenti. Lui berlusconiano, poi renziano e solo ora quasi vicino al mio mondo politico. Cosa è questa benedetta amicizia? Forse il bisogno di condivisione, il dialogo e la condivisione di emozioni, paure, desideri,speranze. Mai però una condivisione totale che ci renderebbe l'uno doppione dell'altro, reciprocamente non interessanti. Forse la politica può essere messa fra parentesi. Addirittura riconosciuta come ininfluente rispetto al condividere il gusto di un cannolo di ricotta, di un caffè, uno con tanto zucchero e uno senza, e ragionarci futilmente su. Beh, sì. Sto scoprendo che per me la politica non è la cartina di tornasole con la quale distinguere amici e no. Sto scoprendo che la politica è un'altra cosa e che la condivisione politica è solo una delle possibili fonti di amicizia. Sto scoprendo che facebook è occasione di amicizia e di distruzione di amicizie. Quando per ragioni che non saprei dire il nostro Io non tollera di essere contraddetto: su Minniti, Bersani e, più raramente, su una ricetta di pesce.
P.S. Ho fatto leggere il post a mia moglie, soprattutto per sapere se la disturbava la mia espressione “affidavo la mia ragazza” (cioè lei). Non la disturba. Capisce bene che rappresentavo la cultura di un'epoca lontana. Meno male. Un fraintendimento in meno.
P.S. 2. Ho scritto “forse” più volte. Sono ancora in fase di ricerca. E dubito abbastanza che benvenuti commenti riescano a farmi capire. Ma chissà...

sabato 23 settembre 2017

A proposito di Emma Bonino: "compagno/a", cioè...


L'altra  sera, dopo Mia Martini a Techeteche, ho seguito l'intervista ad Emma Bonino a Piazza pulita. Mi è sembrata stanca. Mi è sembrata pessimista. Mi è sembrata la solita Bonino. Che dice quel che pensa, al di là delle convenienze. Che pensa bene quel che dice. La sua è stata una requisitoria contro il larghissimo fronte dei propugnatori del respingimento: da Salvini, coi nuovi fascisti, fino a Minniti. Quest'ultimo incluso nella lista, pur con tono sommesso. Forse perché Bonino, come me, pensa che anche i toni contano. Quel che sta avvenendo, secondo Bonino, è di contenere gli sbarchi anche a costo di aumentare i morti: o in mare o nelle carceri libiche. La Libia inaffidabile più della Turchia che almeno ha una sola autorità La Libia in preda al'economia del malaffare e delle bande che intrecciano o alternano il business delle carrette del mare con quello del contenimento degli invasori disperati in cambio di denaro. E poi contrabbando di petrolio, droga, armi, etc. La Libia come "tappo" per togliere dalla nostra vista ciò che non vogliamo/sappiamo affrontare. Le soluzioni? Innanzitutto a casa nostra, sottolinea Bonino. Ad esempio impegnando gli 8000 Comuni italiani a far tutti la loro parte nella buona accoglienza. Tutti non 2000 come oggi. E quindi l'Europa. E infine "aiutarli a casa loro" con coerenza e con l'impegno di due generazioni, se non tre..Ascoltando quella che avrei voluto, dopo la diversissima Tina Anselmi, al vertice dello Stato, sento come di dover giustificare la mia vicinanza a lei e la lontananza da molti che oggi si definiscono "compagni". Mi sento filologicamente "compagno", se "compagno" è chi vuole che il pane sia condiviso: "cum-panis". Anche Emma vuole questo. Pane condiviso con tutti gli umani. Magari, da "liberista", lei non auspica che si divida il companatico. Ma troppi "rossi, anti- liberisti vogliono che si divida pane e companatico entro il confine nazionale. Allora, da socialista, preferisco Bonino a Trump, May, Minniti e anche rossobruni vari. 

martedì 19 settembre 2017

Diritto a sinistra


Faccio fatica a seguire il dibattito a sinistra del Pd. Non capisco alcune cose. Non capisco perché si parli di partito o lista di centrosinistra. Ma il centro o il centrosinistra non c'è già? Alfano, Pd o giù di lì? Forse si vuole rassicurare che non sarà una “cosa rossa”. A me, da radicale ragionevole, pare che la “cosa” debba dichiararsi ed essere di sinistra. Dire e proporre cose chiaramente di sinistra. Puntare a prendere tutto (vocazione maggioritaria?) e, se non si prende tutto, allearsi responsabilmente con i meno lontani per governare. Soprattutto a ragione di una legge elettorale proporzionale. Non credo che i cittadini sentano bisogno di una forza moderata (nel senso di scolorita). Non credo che si vinca al centro. Credo si possa vincere con parole d'ordine forti: quelle che possono mobilitare precari ed esclusi. Io oserei dire: “Nessuno sia più sprecato”. Tutti al lavoro, con la leva pubblica. Tutti. Per rispondere ai bisogni del Paese che sono sterminati: l'istruzione per tutto l'arco della vita, presidi sanitari capillari, cura degli anziani e dei meno dotati, officina nazionale di restauro della bellezza italiana, prevenzione dei disastri ambientali con messa in sicurezza del territorio. Parlerei di introdurre, con il lessico di Enrico Berlinguer, “elementi di socialismo”. Magari chiamerei “Democrazia Socialista” la formazione che aspira a cambiare davvero il Paese.
Direi questo: da realizzare in una legislatura o almeno da avviare inequivocabilmente in una legislatura. Non perderei fiato in un antirenzismo ormai inutile e di maniera. Né direi pavidamente, come qualcuno a sinistra fa: “un po' di questo e un po' di quello”, un po' di consumi, un po' di lavoro in più. Gli esclusi non si consolano perché c'è un escluso in meno (e domani nuovamente uno in più), se restano nella quota sfortunata e non c'è la certezza che si va nella direzione “disoccupazione ed esclusione zero”. Direi chiaramente come si acquisiranno le risorse, a partire da una fiscalità a forte progressività. Non direi parole stupide ed acide come “anche i ricchi piangano”. Sorriderei ai ricchi spiegando che toglieremo loro l'adipe superfluo e malsano e saranno più felici in un Paese non più frustrato, impotente e incattivito. Dovrei annunciare anche le cose ovvie che si promettono e non si fanno. E che infatti è difficile nominare: lotta agli sprechi e ai privilegi, non solo dei benedetti politici, ma nelle Università, negli Ospedali, nelle nomine e nelle consulenze. Cose che non si fanno anche perché la competenza e la passione alla guida di progetti sono normalmente surrogati da trame amicali, spiegherei. Infatti facce credibili servono, soprattutto in una fase di transizione in cui l'identità partitica deve faticosamente riconquistare credibilità. Facce e parole con la bussola visibilmente orientata a sinistra.

sabato 16 settembre 2017

Nessuna paura della verità


Io mi sento antirazzista, malgrado...Ripudiando come cosa sciocca il razzismo (oltre che spesso criminale), non avverto alcun bisogno di nascondere agli altri e a me stesso la verità. Non mi salta in mente di partecipare ai giochi gladiatori fra chi vuole linciare livoriani e neri violenti e stupratori e chi obietta che i due celebri carabinieri non sono migliori. Non mi salta in mente di rilanciare le statistiche che spiegano che la violenza è più italiana che straniera. Perché in percentuale è più straniera che italiana. Sono razzista se penso che essere stranieri deprivati di diritti e servizi espone maggiormente al rischio di diventare criminali e stupratori? Sono razzista se sono propenso a credere che con maggiore probabilità fossero stranieri gli sconosciuti inseguiti entro il cortile del mio condominio stanotte e che fosse straniero senza casa e diritti lo sconosciuto che giorni fa ha lasciato sgradevoli tracce biologiche nei pressi della mia cantina? Lo escludo. Sarei razzista se pensassi ad un dna specifico dei migranti. Sarei razzista se pensassi che i neri non sono integrabili. Invece credo alla educabilità di ogni essere umano. Sarei stupido però se negassi l'evidenza. Non è negando l'evidenza che la sinistra e la visione di un mondo di eguali possono essere vincenti. Negando l'evidenza semplicemente si diviene non credibili. Questo penso nel mio esercizio di igiene mentale.

Democrazia e disarmo nucleare

Premetto che detesto i dittatori, soprattutto i figli e nipoti di dittatori come l'incredibile Kim Jong-un. Li detesto più dei presidenti da operetta eletti da una democrazia che si dà come un numero al lotto un Trump voluto dalla minoranza degli americani fortunosamente distribuiti negli Stati Usa.
Ciò detto, se il mondo non esplode domani, impieghiamo queste ore per pretendere il disarmo atomico generale subito. I trattati di non proliferazione non bastano più a salvare il mondo. Non sono credibili. Non è credibile il "noi sì, tu no". Dopo le litigate sul nulla assoluto, impariamo la democrazia e chiediamo l'impossibile. Il realismo ci ha condotto alle soglie del disastro.

venerdì 8 settembre 2017

Quale militanza


Nella ricerca di un ruolo minimo ma decente nel confronto civile, parto dall'assunto che sono inadatto alla politica. Assolutamente inadatto alla politica del tempo presente e comunque abbastanza alla politica in genere. Credo di aver capito che in politica non si possa essere sinceri, non troppo almeno. Se si sposa una causa o si sposa un leader (che oggi sostituisce la causa), militando, non è pensabile tradirla o tradirlo dicendo in pubblico che il leader sta sbagliando in qualcosa. A meno che non si tratti di un dettaglio da niente. In tal caso riconoscere l'errore serve ad essere più credibili. Viceversa non si può mostrare apprezzamento per qualcosa dell'avversario. Direi addirittura che non si può pensare - e non solo dire - alcunché di divergente. Perché senza intima convinzione è troppo difficile convincere simulando. Alcuni sono bravissimi ad auto-convincersi. Io no.
Ieri a In Onda sentivo Giorgia Meloni. Il Ministero dell'Interno aveva diffuso dati sull'incidenza degli stranieri nella criminalità a sfondo sessuale. l dati dimostrano che delinquono più gli italiani. Bella scoperta, osservava Meloni. In proporzione alla popolazione i delitti degli stranieri immigrati (nordafricani in particolare) sono assai più numerosi. Inappuntabile. Non mi distinguerei da Giorgio Meloni su questo. Anche se i miei amici e compagni di sinistra – i militanti – mi rimprovereranno. Mi distinguerei e mi distinguo da lei sulle cause e sui rimedi. Ecco, penso che alle spalle della politica militante qualcuno debba esercitare studio e ricerca per contribuire ad un progetto credibile di governo. Senza timore di recepire frammenti di verità dell'avversario.
Il giorno prima, ancora sulla 7, Bersani, che mi è simpaticissimo e che probabilmente voterò in assenza di meglio, diceva cose popolari ma per me inaccettabili. A proposito della rivoluzione informatica e robotica che sottrarrebbe lavoro. La proposta conseguente sarebbe ridurre gli orari di lavoro. Vecchia storia luddista. Sembra evidente. Ma è una balla per me. Se fosse vero che il progresso della tecnica produce disoccupazione, dalla prima rivoluzione industriale ad oggi l'occupazione sarebbe del dieci per cento, se non zero. La tecnologia sposta l'occupazione da un settore ad altri nuovi. E' importante riconoscerlo per una sinistra radicale, ma responsabile e di governo. Si rischia diversamente l'impoverimento generale in cambio di niente. Per me la soluzione è il Socialismo, non il luddismo. Tutti al lavoro (che è non è una torta standard da dividersi in competizione, ma è smisurato, con tante cose da fare, con tanti bisogni cui rispondere). E governo collettivo delle tecnologie.
Ho fatto due esempi. Discutibili. Non sono gli esempi il punto. Il punto è però quel che prima suggerivo. Alle spalle della militanza e del tifo politico serve un impegno della ragione. Serve militare nella produzione di un nuovo sostenibile senso comune, oggi purtroppo impensabile. Preferirei dedicarmi a questo piuttosto che agli applausi a Bersani o Pisapia. Peraltro penso che ci avviciniamo alla democrazia reale quanto più si accorcia lo spazio fra ciò che sentiamo vero e ciò che è utile dire.

sabato 19 agosto 2017

La quiete dentro la tempesta


Si doveva andare al caffè in piazza, a sentire musica e guardare gente. Solo che mia moglie scopre delle macchie sul tetto in soggiorno. Infiltrazioni d'acqua? Io che ho fama immeritata di pessimista ipotizzo il meglio invece. Forse sono ombre proiettate sul tetto. Ombre cui prima non avevamo fatto caso. Ombre di vasetti o oggetti vari sparsi per i mobili. Spostiamo dunque vasetti e oggetti vari. Ma le ombre non si spostano. Per forza, sono infiltrazioni d'acqua. Panico. La condomina sopra di noi è in vacanza. Non abbiamo il suo numero di cellulare anche perché siamo in pessimi rapporti con lei. Infine troviamo l'amministratore del condominio. Spiega che i pompieri non aprirebbero l'appartamento per un motivo simile. Sono le 21.30 e lo spettacolo in piazza sarà iniziato. Infine troviamo una condomina che è in confidenza con la vicina di cui avrà certamente il numero di cellulare e forse copia delle chiavi di casa. Dopo lunghe trattative telefoniche l'amministratore è autorizzato a salire su e controllare. E dopo lunghe verifiche mentre le macchie si allargano sul nostro soffitto arriva la diagnosi. Un radiatore perde acqua e viene chiuso nel modo giusto, previa consulenza telefonica con un idraulico in vacanza. Sono le 22.30. Il disastro pare scongiurato. Andiamo in piazza a riscuotere il compenso dello stress. E lì, seduto al caffè, godo il passeggio di una umanità pacifica che gode con poco. Anche ascoltando un cantante imitatore di Renato Zero. Per me quiete dopo la tempesta. “Uscir di pena è diletto fra noi” (Giacomo Leopardi).
L'indomani succede qualcosa che fa sembrare ridicola l'ansia per una perdita di acqua. Succede a Barcellona, una città che amo, come tanti. Per sera, abbiamo prenotato un tavolo in un locale spagnolo per mangiare paella e ascoltare un chitarrista. Il chitarrista ha dato forfait; al suo posto un cantante che propone karaoke. Nessuno protesta. L'umanità pacifica che cerca vacanza e quiete non è quella di facebook. Non è quella che pronuncia sentenze inappellabili a destra e a manca. Non è quella pronta a sostituire Domineddio nel giudizio universale. Non è quella di chi ha capito tutto. Trova quiete anche nella tempesta. La guardo mangiando tapas, paella e crema catalana. Ci sono giovani e pensionati, c'è una giovane coppia inglese che sembra molto a suo agio, ci sono bambini in età pre-smartphone che si guardano attorno e scoprono il mondo, prima che giunga l'età in cui il mondo reale degli odori e dei sapori venga occultato dalla grande coltre del web. Si mangia spagnolo e si canta italiano. Anche napoletano. Che la coppia inglese sembra capire. Vengo coinvolto, felice di esserlo, cimentandomi in “I' te vurria vasà”, addirittura cortesemente applaudito . Angolo di quiete nella tempesta.

giovedì 17 agosto 2017

I volenterosi aiutanti carnefici di Roma


Sono passate da poco le 21 ed accompagno alla stazione centrale di Ostia la mia nipotina con sua madre. Da tempo non
frequentavo quella zona di sera. Ci sono persone giovani e anziane sedute sul marciapiede a non far niente Solo bere birra. Un giovane cammina urlando al cellulare parole minacciose. Non mi sento per nulla tranquillo. Il trenino è passato da poco. Il prossimo fra mezz'ora. Normalmente mi sarei congedato dalla persona accompagnata. Invece resto lì. Quindi per mezz'ora osservo nell'atrio chi passa, chi compra il biglietto, chi passa per i tornelli. Bene. I turisti fanno tutti il biglietto per entrare. Poi vedo un italiano che timbra un biglietto, ma fa passare altri due dietro di sé. Poi vedo un altro che forse è un arabo o forse un italiano abbronzato che salta agilmente per entrare. Non c'è segno di vigili, forze dell'ordine, militari o personale di sorveglianza. Quello che è saltato dentro apre agevolmente le porte esterne di ingresso. E fa entrare gli amici. O almeno persone che credo saranno amiche. Intanto un altro salta e fa lo stesso. Questo è certamente italiano. Tutto normale e razionale. Se non c'è vigilanza, obbedisce alla ragione (seppur non all'etica) non fare il biglietto. Ed è intelligente (per sprecare una parola impegnativa) far viaggiare gratis amici che poi ti compenseranno con una birra. Però poi mi accorgo che è assai peggio. Quei due non hanno più amici da aiutare. Infatti dissuadono dall'inserire il biglietto gli sconosciuti che lo hanno acquistato. "Vi apro io. E' facile". Sono raggianti. Felici come vediamo talvolta una levatrice o chi salva una vita. Allora il mio pessimismo tocca l'apice. Se è così difficile capire che a un ladro non conviene che i ladri si moltiplichino. Se un ladro non capisce che qualcuno deve pagare perché lui possa viaggiare gratis. Se nessuno sa spiegare a quei ladri che stanno contribuendo a distruggere Roma più con la loro allegra idiozia che rubando, allora mi arrendo.

domenica 13 agosto 2017

La carriera dell'abusivo nella comunità che regredisce


Esco da casa stamani nella città bollente. C'è pochissima gente sui marciapiedi e raramente passa un'automobile. Però accanto al semaforo, sotto il sole battente, c'è un ragazzo nero, attorno ai trent'anni, con l'attrezzo lavavetri. Da quanto è lì e quanto avrà racimolato? D'improvviso lui scatta verso il marciapiede di fronte dove cammino io. Penso che ha visto in me uno dei rari esseri umani in circolazione cui chiedere una moneta, pur senza la finzione di offrire in cambio qualcosa. Sbaglio. C'è un altro nero vicino a me, in bicicletta, appoggiato ad un albero. Il lavavetri si rivolge a lui e sento le sue parole in buon italiano. "Scusami. Lavoro al semaforo qui. Ma mi potresti dire qualcosa che potrei fare"? Insomma chiede lavoro così, al primo che incontra, ipoteticamente solidale perché nero ed ospite come lui. Sperando che quello gli suggerisca un posto di aiuto ad un venditore abusivo o qualcosa di simile. Sorrido ancor ora di simpatia pensando a quella frase detta con serietà: "Lavoro al semaforo". Lavorare ad un banchetto abusivo o esponendo merci strane su un lenzuolo per terra gli sembrerà un progresso giustamente. Ci penso mentre guardo le troppe foglie cadute che alle prime piogge qui ad Ostia intaseranno i tombini con le note conseguenze devastanti. Quest'anno peggiori. Penso a questo e penso alla nostra impazzita comunità. Che preferisce remunerare malamente il finto lavoro dei lavavetri piuttosto che raccogliere l'equivalente per mettere all'opera squadre che spazzino le foglie. Penso agli inesistenti servizi per il lavoro, lavoro di italiani o rifugiati. Penso all'intossicazione liberista che fa credere che l'offerta individuale di lavoro si incontrerà spontaneamente con l'evidente bisogno pubblico di ramazzare le foglie. Penso al mantra "meno tasse per tutti" che ci sedusse 23 anni fa e continua a sedurci. Penso quanto mi costerà il prossimo allagamento della cantina. Senza peraltro essermi accorto di pagare meno tasse. Ma quest'ultimo fra tanti temi seri è proprio una futilità. Anzi, quasi quasi lo cancello.

giovedì 10 agosto 2017

I nemici dei miei avversari non sono miei amici


Mi capita che davanti ad un post avrei cose complicate da dire, fuori dallo schema mi piace/non mi piace. Allora talvolta rinuncio al commento. Mi è capitato per qualche amico "comunista" o "anti-imperialista" a proposito delle minacce nucleari di Kim etc., insomma del nipotino e figlio dei precedenti "capi" della Corea del Nord. Gli amici mettevano in rilievo con indignazione che gli Usa sono da tempo la vera minaccia nucleare all'umanità (peraltro l'unico Paese che l'abbia sperimentata sulla carne viva dei civili). Vero, insieme alla Russia, alla Francia, all'Inghilterra, all'India, al Pakistan e ad Israele (che però - boh - non è ufficialmente un Paese dotato di atomica). Tutto vero. E anche peggio pensando alle minacce all'Iran e a quelle concretizzate contro Saddam. Da questo io però deduco la necessità di un impegno dei popoli del mondo per un disarmo nucleare generalizzato. Deduco la necessità di una lotta per la riforma dell'Onu perché non ci siano più potenze con diritto di veto e perché ogni Paese conti per i suoi abitanti, etc. Non deduco affatto però che i nemici dei miei avversari (gli Usa, Trump) debbano essere miei amici. Anzi, pur detestando Trump per quel che rappresenta, sono costretto a preferire che se ci debba essere una sola atomica al mondo questa sia nelle sue mani e non in quelle del "compagno" Kim. Per il semplice motivo che in Usa non si è capo per diritto di nascita, anche se si è un imbecille, e perché gli Usa hanno organi di garanzia e contrappesi che La Corea del Nord non mi pare conosca. P.S. Discorso analogo per Maduro. Che ho già fatto.

mercoledì 9 agosto 2017

Esercizio eretico: ius civilitatis


Breve premessa. Sono solo un tantino sensibile ai cosiddetti "diritti acquisiti". Sono molto più attento ai bisogni che non diventano diritti. Forse è il mio modo di compensare. O forse così mi rivelo persona non di sinistra, come qualcuno, forse a ragione, ritiene. Ad esempio se ci sono 1000 licenziamenti nella grande fabbrica che delocalizza e c'è grande solidarietà e attenzione dei media, solidarizzo sì, ma mi viene da pensare ai 10.000 che quel giorno hanno perso il lavoro in ordine sparso, uno in una officina, due nel supermercato, uno nello studio dell'architetto, etc. E mi viene da pensare a quelli che un lavoro non hanno mai avuto. Loro non ricevono solidarietà dai media: Sono numeri nelle statistiche. Egualmente, a proposito di immigrazione, ius sanguinis e ius soli, credo di capire la paura verso il diverso. Solo che mi chiedo se non si debba avere più paura dei delinquenti che già conosciamo. Quelli indigeni. Allora da tempo ho l' esigenza di formulare una proposta eretica. Sostituire lo ius civilitatis allo ius sanguinis o allo ius soli. Cioè cittadinanza a chi condivide le regole. Cittadinanza sottratta a chi non rispetta più le regole: ladri, corrotti, evasori, inquinatori, picchiatori, stupratori. E poiché mi è chiaro che a qualcuno, sofferente di cattivismo congenito, che fa tanto "moderno",(o pragmatismo o "a me non la dai a bere"), mancherebbe qualcosa se non affondassimo barconi, rispedissimo in Libia, etc., propongo che in cambio dell'accoglienza di 1000 migranti fra i quali potrebbero nascondersi 10 o 100 delinquenti, si imbarchino e si spingano verso il litorale libico 1000 conclamati delinquenti indigeni. I conti mi tornano. Quale obiezione potrebbero fare Salvini o i salviniani inconsapevoli dei vari partiti?

giovedì 3 agosto 2017

Il coraggio dell'eresia


Ieri a "In onda" ho ascoltato per qualche minuto Cuperlo. Non ha detto cose straordinare. Mi è successo però di avvertire che sentiva intensamente quanto stava dicendo. Quando ha detto più o meno: "La sinistra storica ha subito una sconfitta ma non ha saputo farne l'occasione per ripensare le classi, i bisogni, i valori cui prima si riferiva. Occorre ripensarli anche col coraggio dell'eresia". Si potrebbe rispondere a Cuperlo che Renzi ha avuto il coraggio dell'eresia. E' riuscito a dire addirittura che la sinistra è Marchionne. Sarebbe una risposta sbagliata però perché Cuperlo parlava di una sinistra che dovrebbe trasformarsi non diventando destra, ma restando sinistra. O diventando sinistra vera, direi io. Ho la strana certezza che Cuperlo avesse in mente eresie necessarie per diventare sinistra vera e vincente. Ma non potesse enunciarle per timore di finire fuori gioco. Chissà se i miei amici di sinistra hanno eresie da proporre. E' più facile farlo se non si è in prima linea. Io provo ad enunciarne qualcuna. 1. Disoccupazione consentita zero. 2. Sequestri per chi viola il principio della funzione sociale dell'impresa. 3. Reddito universale garantito. 4. Eguali tutele per l'impiego pubblico e privato. 5. Libertà e flessibilità nelle carriere lavorative, ascendenti, orizzontali e discendenti. 6. Progressività spinta e tassa di successione severa. 7. Rapporto massimo consentito di 1/10 fra più pagato e meno pagato (non domani, ma con chiara direzione di marcia). 8. Sistema di istruzione permanente ( per lavoratori, genitori, nonni, etc. ) più che obbligo scolastico 9). Responsabilità verso i posteri (no inquinamento, no debito). 10. Responsabilità verso chi fugge guerra e fame, con battaglia per condividerne il peso fra Paesi fortunati.
P.S. Non mi direi cuperliano. Sono più attento alle idee che ai personaggi.

mercoledì 2 agosto 2017

Maduro: socialismo senza democrazia?


Credo che anche l'atteggiamento verso Maduro di quella che si chiama “sinistra” sia sintomatico di una confusione totale. Anche io peraltro fatico a scegliere, nel silenzio degli amici. Do per scontato che gran parte dell'opposizione a Maduro sia alimentata dagli Usa e da cosiddetti “poteri forti”. Ma quella opposizione ha conquistato legalmente il Parlamento che è sede della volontà popolare e della funzione legislativa. Maduro allora vanifica il Parlamento, da via libera a giustizieri in moto e arresta gli oppositori. Promuove poi una Assemblea Costituente, votata in gran parte con criteri tipici delle corporazioni, affinché possa essere aggirato il vecchio principio democratico di “uno vale uno”. Intanto il Paese è alla fame e senza medicine. Ripeto: verosimilmente colpa degli Usa; ma anche della monocultura del petrolio. Certamente le minacciate sanzioni Usa giovano a Maduro. Mentre si preparano sanzioni Ue con l'opposizione – pare – di Tsipras e del governo “rosso” portoghese. Sono perplesso, come lo fui per la condanna di Lula e la solidarietà "rossa" attorno a lui.. Perplesso per gli argomenti “rivoluzionari” usati dai “comunisti” italiani con i quali, sentendomi sempre più comunista, sempre meno concordo. Perché continuo a pensare che i nemici dei “cattivi” non siano necessariamente “buoni”. Troppo difficile scegliere. Ma infine scelgo la legalità contro la presunta “rivoluzione” che copre arbitrio e corruzione. E mi conforta un po' il dissenso di Mujica, il Cincinnato dell'Uruguay, rispetto alle scelte di Maduro.

lunedì 31 luglio 2017

Adolescenti fra mollaccioni


Difficile fare una graduatoria dei mali di Roma (e dell'Italia). Fra siccità, trasporti, corruzione, incompetenza diffusa, io scelgo la questione adolescenziale. Bande di adolescenti, poco più che bambini, dis-educati online dai cattivi maestri e privi di modelli positivi, che si uccidono con droghe sintetiche o aggrediscono autisti e vigilanti. Solo per combattere il senso del Nulla che li avvolge. Ammesso di essere in tempo a recuperarli con un lavoro immane che significa rimodellare il mondo attorno a loro, è urgente che escano dalla protezione che li fa impuniti. Paghino i loro genitori e loro stessi. Con il lavoro obbligato e il prelievo forzato dai loro redditi futuri. Si faccia. E' urgente. Ne sono certo: non stimano la società dei mollaccioni che consente loro l'impunità. Salviamoli punendoli. Poi tutto il difficilissimo resto.

domenica 30 luglio 2017

Serata al cabaret: vivere nel mondo che non ti appartiene


Mi sono convinto che internet sia stata l'invenzione più importante e sconvolgente di sempre. Assai più sconvolgente dell'atomica e dei voli spaziali. Quella che ci cambia radicalmente. Che cambia anche ciò che che è lontano dalla rete. Compreso il cabaret. E' una strana premessa. Ma devo pur cercare una spiegazione alla mia sofferta serata di cabaret di ieri. Poi ho cercato in internet notizie sul cabarettista, Giorgio Montanini,a me sconosciuto. Ed ho scoperto che ha una storia discreta in teatro, al cinema e in tv. Ed anche una laurea in scienze della comunicazione, accipicchia. Sono andato al Teatro Lido di Ostia, anche perché non rischiavo nulla, essendo lo spettacolo gratuito, grazie alle risorse impiegate (o sprecate) dal Comune di Roma. Prima dello spettacolo, nell'arena, mi è capitato anche di essere intervistato da una emittente locale. La giovane intervistatrice mi ha chiesto come avessi saputo della serata. ”Da internet” ho risposto. Grande sorpresa. “Eh già - perché no? - anche i nonni usano internet”. Ho pensato che i nonni non conoscono i nipoti ma che anche i nipoti non conoscono i nonni. Poi ho scoperto che l'intervistatrice era anch'ella parte dello spettacolo. Ha preceduto con un suo pezzo il più celebrato collega. Praticamente una esibizione di scurrilità senza senso alcuno. In assoluta continuità stilistica si è rivelato il protagonista. Che prometteva meglio giacché mostrava stupore che ci fossero bambini di pochi anni fra il pubblico. Pensavo fosse una critica alla collega. Invece con lui le mamme si sono convinte a sottrarre i bambini allo spettacolo, lasciando l'arena. Differentemente da chi lo aveva preceduto lui ha coinvolto il pubblico. Fantasticando sui rapporti sadomaso di uno spettatore, nonché sulla carriera amorosa della nonna di Tizio o sui problemi fisiologici della terza età di una spettatrice, spettatori tutti chiamati per nome, come si conviene ad un cabaret coinvolgente. Senza omettere riferimenti ad odori e sapori. Naturalmente chiamando “negri” gli africani e “froci” gli omosessuali, irridendo il troppo popolare Bergoglio, senza dimenticare mai, frase per frase, la punteggiatura rappresentata dal c...o, ormai sostituto di virgola, punto e punto e virgola. Nel mio vizio chiamato “comprensione” ho provato dapprima a capire e anche ad apprezzare qualche spunto. Ho provato anche ad applaudire. Pentendomene dopo. Andandomene via col senso di colpa per non avere manifestato un chiaro dissenso, lasciando prima lo spettacolo, a costo di disturbare quelli seduti alla mia destra o sinistra . Mi chiedo ancora se arte e spettacolo siano semplicemente nominare in pubblicato l'innominato. Mi aspetto dal prossimo campione di cabaret una coraggiosa e irriverente descrizione di funzioni fisiologiche proprie della toilette.
P.S. “Forgiamo i nostri strumenti, e poi questi ci forgiano”. Lo disse John Culkin, collega ed amico di McLuhan. Mi pare di sì. Internet con la sua distanza dall'interlocutore ci ha liberato da timori ed imbarazzi. Poi ci ha fatto credere che tutto ciò che prima non si diceva deve essere detto e che è giusto dirlo solo perché prima non si diceva. Ora, sempre più coraggiosi, declamiamo il NULLA osceno non solo in rete, ma anche a teatro.

lunedì 24 luglio 2017

Il Medioevo prossimo venturo è già arrivato?


"Il Medioevo prossimo venturo" (1971) il titolo di un esercizio di futurologia di Roberto Vacca. A suo tempo mi impressionò e trovai fondata la prospettiva di una crisi del sistema che parte da un piccolo episodio - un incidente aereo - per svelare la fragilità dei sistemi complessi. Dove davvero un piccolo incidente in Usa può avere ripercussioni fatali sul pianeta intero che velocemente regredisce. Forse Trump è quel piccolo incidente. Oggi il combinato disposto di fuoco (criminalità e stupidità umana) e siccità (ancora criminalità e stupidità, seppur in forme più sofisticate) mi fa pensare che potremmo essere nell'anno da cui partirà la datazione del nuovo Medioevo. Eccoci chiusi in casa per non respirare fumi perché nostri adolescenti passano l'estate a bruciare foreste, dopo l'inverno trascorso a bruciare senzatetto o stuprare coetanee. Eccoci a preparare riserve d'acqua a Roma in previsione dell'annunciato razionamento. Grazie alle furbizie sovraniste - Usa e non solo- che distribuiscono al mondo i veleni prodotti per il Pil nazionale, forse si avvicina il momento in cui avremo Pil nazionali alle stelle e potremo comprare al mercato nero l'acqua razionata con euro di cui non sapremo cosa fare.

sabato 22 luglio 2017

Estraneità


Estraneità o forse decadenza personale in contesto di decadenza: con incendi devastanti e rischio imminente di razionamento acqua. Fare cose così senza convinzione. Perché si è sentito dire che i pensionati le fanno. Ricordarsi che vivo in una città con le tracce incomparabili di una lunga storia e in quartiere, Ostia, di turismo estivo e balneare. Ricordandolo, al mattino mi reco ad Ostia Antica e finalmente riesco a visitare il Castello di Giulio II, altre volte trovato inagibile. Prendo un caffè nel borgo antico poco affollato perché tutti sono a mare. A sera mi sforzo di vincere la pigrizia che mi suggerisce di stare sulla sdraio davanti alla TV. E vado in centro. Dove bar e trattorie invadono ogni spazio con decine e decine di tavolini, ogni giorno di più, e i vigili non ci sono o non vedono. Animazione vera pari a zero. Però gran chiasso. Vacanziero? Prima c'era l'arena con film e cabaret. C'erano Arbore e Mannoia in piazza. C'era Apicella, quello di Berlusconi, per il quale - pensa un po' - presi posto in un bar perché volevo sondare dagli applausi che avrebbe ricevuto il consenso del padrone del centrodestra. Ora c'è la Seat che occupa mezza piazza con video, radio privata e cantante trovato chissà dove. Mostra di pittori dilettanti, molto dilettanti. Chiasso. E cumuli di immondizia. Sempre peggio da quando mi sono trasferito a Roma. Proprio il giorno in cui Alemanno conquistava il Campidoglio. Non sono superstizioso, se lo fossi penserei che ho portato sfortuna alla Capitale. Pensieri così. Guardando la bella signora islamica che spinge la carrozzina. elegantemente vestita di rosso, velo compreso, e col cellulare incollato non so come all'orecchio. Guardando bambini di pochi anni che parlano di cose digitali di cui non capisco nulla, proprio come lo stupefatto Montalbano nell'ultimo romanzo di Camilleri. Ed esercitandomi nell'inutile esercizio di immaginare la loro vita quando io non ci sarò.

Elementi per un socialismo vero e liberale


Sono convintamente socialista, nel senso che credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E sono convintamente liberale, nel senso che credo nella massima libertà di ogni uomo di evolvere verso il massimo della sua felicità compatibile con il bene pubblico. Non credo quindi nel posto di lavoro assegnato per tutta la vita: perché i lavori cambiano e noi cambiamo. Un po' per questo la mia forma mentis non è molto "sindacale". Non mi piace che il coniuge più debole debba imporre o desiderare la persistenza del matrimonio per paura di restare senza reddito. E del Jobs act non è la libertà di licenziamento che non mi piace. E' l'assenza assoluta di strumenti che accompagnino il lavoratore da un "datore di lavoro" che non ti gradisce e forse non ti è gradito ad un altro. Soprattutto non mi piace che non sia previsto il licenziamento del cosiddetto "datore di lavoro". Per me l'imprenditoria privata è accettabile solo come affidamento o concessione condizionata. Finché mostri di funzionare nell'interesse pubblico. Ci sto pensando intensamente ora, dopo aver letto l'ennesimo esempio di arbitrio padronale. L'addetta al bar, pagata in nero (3,5 euro l'ora), licenziata in tronco dal barista romano perché aveva osato chiedere di poter andare in ospedale per un malore. Era recidiva perché prima aveva chiesto di assentarsi per i funerali dello zio (permesso negato). Ecco, in attesa del socialismo che verrà, questo vorrei subito: la licenziabilità dell'imprenditore. Non la multa, ma la revoca definitiva della libertà di intraprendere e assumere.

giovedì 20 luglio 2017

A proposito dei fatti di Genova


Non ho mai chiamato "sbirro" un poliziotto. Neanche in mente. Solidarizzo con i poliziotti impegnati nell'ordine pubblico. Sono convinto che dovrebbero godere di ben più alta considerazione e retribuzione. Sono molto perplesso anche per quella libertà concessa all'accoltellatore del poliziotto cui esprimo la mia solidarietà e gratitudine. Ciò detto, non ritengo che l'infezione che si manifestò a Genova nei corpi di polizia e fu confermata con Cucchi, Aldrovandi, etc. sia guarita. La notizia che i colpevoli (una parte), scontata la lieve pena, stiano per essere reintegrati nel loro lavoro mi fa gelare il sangue. In ciò peraltro d'accordo con lo scandalizzato Roberto Settembre, già giudice nella Corte d'Appello che giudicò i fatti della Diaz. Con il Jobs act si accetta che anche ottimi lavoratori possano perdere senza colpa il loro lavoro. I poliziotti torturatori invece no. Io non chiedo che non abbiano più lavoro. Chiedo e pretendo che si occupino d'altro: di spalare immondizie o di qualsiasi altra cosa che non li metta a contatto con esseri umani. Lo pretendo in nome della credibilità dello Stato, oltre che per il rispetto dovuto alle vittime.

martedì 18 luglio 2017

La Sicilia dell'oltraggio

Non può esserci un dna siciliano a spiegare tanti eroi, tante vittime e tanti che non so come chiamare. Da dove nasce in Sicilia lo straordinario impegno di tanti al dovere fino a dare la vita fra troppi indifferenti? Da dove nasce in Sicilia il piacere di oltraggiare i monumenti alle virtù civili? Ieri il busto di Falcone. Oggi la stele di Livatino, irriso in vita come "giudice ragazzino" dalla massima autorità repubblicana. Guardo da lontano, come da esiliato, la mia Sicilia e non so davvero se ho voglia di rivederla. A volte sì. Oggi no. Come se avessi repulsione a respirare la stessa aria di quelli che non so nominare


P.S. Aggiungo questa nota a distanza di ore, al risveglio. Ieri ero troppo turbato. Vorrei dire che quelli che non so nominare non sono i mafiosi. Sono quelli che incontrai all'ingresso del condominio dove viveva Falcone. I condomini infastiditi per i capannelli di gente davanti all'albero di Falcone dove erano affissi biglietti di ringraziamento. Sono quelli che chiedevano a Falcone e Borsellino di abitare fuori città per non disturbare col suono delle sirene i vicini di casa e per non metterli in pericolo. Sono quelli che dicevano e dicono che il nemico è lo Stato e che lo Stato è il peggiore estorsore (parole che mi rivolse un gioielliere della mia città durante una ricerca/azione sul pizzo in cui ero impegnato quando militavo nel Pci). Ho la certezza morale che i loro figli siano gli autori degli oltraggi ai giudici assassinati.

lunedì 17 luglio 2017

Bruciare la foresta per farsi un uovo al tegamino


E' una metafora che mi è cara. La uso spesso e da tanto tempo sicché non so neppure se, all'origine, l'autore sia io o chi altri. La uso per esprimere la contraddizione fra piccolo interesse privato e assai più consistente interesse pubblico. Come far crollare un palazzo per fare un'opera di interesse privato, quale la modifica strutturale di una stanzetta. Come costruire un complesso alberghiero per pochi che sottrae il mare ai più. Come mettere in pericolo la pace per fare un po' di soldi con le armi. Come regalare illegalmente appalti miliardari per avere in cambio una inutile terza casa. Etc. Etc. Oggi però la metafora non è solo metafora. Ho il fuoco a Castelfusano non distante da casa. E aspetto con ansia che mia figlia arrivi qui ad Ostia dal centro di Roma. E mio nipote, ospite dei nonni, ha il fuoco vicino, là sul Vesuvio Appunto, un disastro nazionale per un uovo al tegamino: il piacere di dar fuoco o rendere edificabile un'area o trovare lavoro come spegnitore di incendi o cose così. Almeno servisse il disastro come lezione per apprezzare una buona volta il valore della convivenza e dei beni comuni...

sabato 15 luglio 2017

Appunti da una vacanza londinese

So che in quattro giorni non posso aver visto e capito molto. Mi consolo perché neanche in quattro anni avrei visto e capito molto. Ho visitato Londra confrontandola inevitabilmente a Roma e a ciò che conosco un tantino di più. Londra mi è sembrata una metropoli molto vivace, ordinata, dalla bellezza diffusa, con equilibrio fra antico e contemporaneo (vedi i grattacieli avveniristici sullo sfondo della Torre di Londra). La città mi è apparsa particolarmente ricca di una pedagogia nazionale. Vedi le tante statue. di personaggi che hanno illustrato il Paese e fatto l'impero (politici, generali, artisti). A partire da Nelson in Trafalgar square o dai sepolcri concentrati nell'Abbazia di Westminster.

Non ho scorto vistosi esempi di degrado. Comunità etniche integrate e nessun segno di lavavetri, finti lavori e cose così. Abbastanza pulita. Episodio osservato di spirito civico: la signora inglese che rimuove un sacco di immondizia su una aiuola che piega un alberello.
Unico esempio nettamente negativo all'uscita dal British. Stanchi ed affamati ci sediamo ad un ristorante romano lì di fronte: Roma bella. Prendo spaghetti alla bolognese perché mi sembrano meno rischiosi. Ma la pasta galleggia sull'acqua. E il ristoratore romano ci batte uno scontrino da 28 sterline, chiedendoci però 5 euro supplementari di servizio (in nero). Dapprima paghiamo. Poi torniamo indietro: "O ci dà uno scontrino comprensivo di servizio o ci restituisce 5 euro". Ce li restituisce.

Londra: quel che è meglio e quel che è eguale
Meglio i trasporti, come in parte già detto. Ho sempre trovato un posto per sedere, giù o in alto per godere il panorama. Meglio l'assenza totale di banchetti e lenzuolate di cianfrusaglie, come invece a Castel Sant'Angelo o al Colosseo. Solo qualche raro box di souvenir o di noccioline. Meglio la pulizia; rispetto a Roma almeno. Ma qua e là qualche lattina di birra abbandonata c'era. E a sera a Westminster un uomo che orinava dietro una colonna c'era. Assai meno accattonaggio. E solo di senzatetto. Talvolta aggregati in comunità dialoganti con gli altri, con il 99.9% del mondo. Il fenomeno dei senzatetto è uno scandalo permanente della nostra inadeguatezza e della nostra cecità. A Londra, come a Madrid e a Roma.

Le sorprese di Londra: autisti africani, inglesi e cinesi
Riesco a scrivere e a dire qualcosa in inglese, capisco ben poco col mio pessimo orecchio. Peraltro fobie varie sconsigliano mia moglie e me di usare la metro. Bus quindi, oltre che lunghe, faticose, interessanti esplorazioni a piedi . La sorpresa è stata la disponibilità incredibile dei conducenti. Facendomi le mie solite domande nei primi giorni mi chiedo: "perché tutti neri i conducenti"?. Gli autisti mi danno spiegazioni di ogni tipo. Addirittura uno non mi fa pagare il biglietto per lasciarmi al posto in cui prendere il bus giusto. Con la mia mappa mentale propendo che la spiegazione della gentilezza debba essere cercata nel loro essere neri. Ma poi mi capitano autisti bianchi. E sono egualmente disponibili. Correggo il pregiudizio: la gentilezza, straordinaria per uno che vive a Roma, è degli autisti inglesi, non dei neri. L'ultimo giorno però l'autista è una giovane asiatica (cinese, mi pare). Appena apro bocca per chiederle qualcosa mi rimbrotta aspramente e si irrigidisce con lo sguardo fisso davanti. Ri-correggo i miei giudizi: tutti gentilissimi i conducenti a Londra, tranne i cinesi.

Italiani a Londra
Naturale che confronti la Londra che ho intravisto in quattro giorni con la Spagna del mio precedente viaggio di pochi mesi fa. A parte i prezzi, più o meno doppi a Londra, confronto gli umori dei giovani italiani incontrati. Questa è stata davvero una sorpresa. In Spagna (Madrid, Siviglia, Toledo, Cordova e, prima, Barcellona) i giovani, incontrati in bar, ristoranti, ma anche grandi magazzini, si dicevano felici e indisponibili a tornare in Italia. Tutti. A Londra per niente. Erano loro quasi sempre a cercare un colloquio. Paghe buone, di almeno 1.400 sterline mensili (circa 1.600 euro), ma anche 2.000. Ma assoluto scontento. Londra e il lavoro troppo stressanti in sintesi. Caro alloggi e distanze eccessive. "Tornerei a casa, se potessi". Non solo i barman e i camerieri. Anche una professionista del diseign che avvicina me e mia moglie, sentendoci parlare italiano. Ben pagata ma infelicissima. Avrei voluto capire di più. Un altro, incontrato ai magazzini Harrods, aggiunge il suo trauma che mi sorprende. Sente la Brexit come una sberla immeritata. "Mi sentivo londinese, ma non potrò più votare il sindaco della mia città".

Il talento di strada
Happening continui a Covent Garden. Dove, per inciso, ho incontrato la bellezza assoluta di un'araba, fra le poche non velate, forse degli Emirati. Mia moglie, un tantino meno entusiasta di me, ha condiviso. Incredibilmente efficace comunque la prestazione di un artista di strada nei panni di Charlot. Peraltro capace di coinvolgere il pubblico, compreso un talentuoso bambino. P.S. Da inserire nel capitolo enorme dei talenti non adeguatamente riconosciuti e pagati.
Mai visto una fila così lunga per prendere un gelato come a Chinatown. Ho dovuto rinunciarvi. Ma doveva essere squisito a giudicare dai volti di chi lo gustava. A Soho concentrazione di casinò, sale varie di azzardo e massaggiatrici. Ho osato avventurarmi in stradine discutibili ricevendo sorrisi di invito, a dispetto di mia moglie accanto a me.

Sobri segnali del terrore e dell'Islam
Pensavo di trovare molti segnali della strage recente sul ponte di Westminster. Invece solo blocchi di cemento o metallo per prevenire una replica. E pochi messaggi. Forse i più sono stati rimossi o forse i londinesi sono particolarmente sobri. Interessante e - direi - disperato il messaggio del musulmano che professa il suo amore per Gesù.

A proposito di British museum e di musei in genere
Ho dedicato, come da canone, due mezze giornate dei miei quattro giorni a Londra ai due musei più celebri: il British e la National Gallery. Con i sensi di colpa per non visitarli per intero e per non visitare il Tate e altro. Avrei dovuto rinunciare a vagare per Piccadilly o ad assistere agli happening di Covent Garden o al cambio della guardia a Buckingham Palace? Mi sono consolato così: in ogni caso non vedrò mai tutta la bellezza del mondo. Un Tintoretto in più o in meno non cambia molto. Più radicalmente mi sono chiesto: "Ma ha senso questa "abbuffata" di arte, passando dall'antica Mesopotamia a Leonardo da Vinci?". Risposta: "No".

Ritorno a casa
Tornare a Roma dalla breve vacanza londinese è uno choc. Innanzitutto termico. Afa opprimente. Ma è uno choc soprattutto riadattarsi alla logica illogica dei trasporti. Arrivo alle 22.00. Faticosamente individuo lo spazio in cui dovrebbe arrivare il bus per Ostia. In caratteri minutissimi su un foglietto al muro c'è l'orario delle partenze: la prossima partenza sarà fra mezz'ora. Aspetto. Non arriva bus alcuno. Nessuno mi dà spiegazioni. Mi ero abituato male. A Londra gli autisti e chiunque si fanno in quattro per spiegarti. Dovrò rassegnarmi ad un costoso taxi? L'autista di un'altra compagnia finalmente mi spiega che è normale che Cotral, la compagnia di cui attendo il bus, salti una corsa. Infatti prendo la corsa delle 23.30. Cerco di timbrare il biglietto, ma qualcosa non funziona. Non vedo nessuno timbrare. Capisco che non è il caso che complichi la vita all'autista. Avrei preferito pagare il triplo un servizio normale. Rieccomi a casa




I



giovedì 6 luglio 2017

A proposito di migranti e di altro: chi è il mio prossimo e chi decide per lui


Siamo divisi su questo. Il mio prossimo è chi mi è più vicino nel territorio e per sangue o chi ha più bisogno di me, anche se lontano o proveniente da lontano? E decide per il suo bene, se lui non può, la collettività -Stato o la sua famiglia? Antigone o Creonte? Prendo atto che le ragioni del sangue e quelle della famiglia oggi sono più popolari e condivise. Infatti sul caso più emblematico e drammatico di questi giorni i politici, attentissimi ad emozioni e sondaggi, stanno con Antigone. Io no. Sono attento alle ragioni dell'antipaticissimo Creonte. Volevo sobriamente dirlo.

mercoledì 5 luglio 2017

Italexit: in nome dell'umanità, non per qualche euro in più


E' il colmo. Lo so. Ma dovrei postare un “mi piace” a persone lontane da me. Come Juncker che giustamente si scandalizza per il Parlamento europeo deserto quando si parla di immigrazione. Ed è rimbrottato dall'italiano Taiani che presiede la seduta. Dovrei postare un “mi piace” anche al Presidente Inps, Boeri, che dimostra, controcorrente, quanto sia preziosa la risorsa immigrati con i tanti miliardi che sono il saldo fra contributi versati e assistenza fornita agli stranieri. Risorsa per l'Europa in declino demografico e soprattutto per l'Italia che diversamente si spopolerebbe.


Non può piacermi invece l'egoismo – che è di fatto masochismo – dell'Europa tutta. A partire dal deludente Macron, dal governo spagnolo e da quello austriaco. Di sinistra quest'ultimo. Ma in quale senso di sinistra, se minaccia di schierare i blindati al confine? I tempi sono durissimi con sfide prima impensabili. Però la sinistra è senza parole, priva di idee, proponendo pannicelli caldi in rincorsa alle vincenti parole d'ordine della destra. Da europeista convinto porrei un ultimatum all'Europa: o ritrova l'anima o l'Italia va via. L'Italexit così motivata sarebbe cosa infinitamente più seria della futile Brexit, motivata da sciocchezze e calcoli insipienti. Sarei orgoglioso del mio Paese. 

lunedì 3 luglio 2017

Villaggio e la corazzata Potemkin

E' morto Paolo Villaggio. Mi piace ricordarlo perché è stato un comico che mi ha insegnato qualcosa e in qualche modo sollecitato al coraggio. A parte la verità della sua rappresentazione dell'impiegato inerme sotto il tallone del dispotismo del capo e la rappresentazione del conformismo consumistico di cose e valori del ceto medio, a parte ciò, la sollecitazione al coraggio di pensare in autonomia. Memorabile per me in tal senso il grido liberatorio di Fantozzi che, nel cineforum, rompe il rituale del culturalmente corretto: "La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca". A molti amici non piacque quel grido. Come l'apologia dell'ignoranza insensibile all'arte. Come - immagino - non piacesse a Nanni Moretti che detestava Sordi, confondendo a mio avviso la cialtronaggine con la sua rappresentazione. Per me grande Sordi e grande Villaggio. Debbo in parte a quel grido contro il capolavoro di Eisenstein un po' del mio pizzico di coraggio ad uscire dalla logica conservatrice della cultura cui in qualche modo appartengo.

domenica 2 luglio 2017

Seguendo Vasco da estraneo interessato (come quasi sempre)


Ho seguito il concerto in Tv. Non sono pazzo di Vasco come di nessun cantante. A suo tempo mi piacque "Vita spericolata" e qualcos'altro. Mi ha impressionato la partecipazione emotiva dei giovani. Maggiore di quella per una giocata di un campione di calcio, come Maradona o Messi. Maggiore di quella per un leader politico amato: Renzi, Grillo o gente così. Non è un caso che gli arrabbiatissimi contro stipendi e privilegi dei politici o anche di presentatori come Fazio non battano ciglio per i compensi incommensurabili dei cantanti (e anche dei campioni) amati. Ne prendo atto. Immagino che i fan considerino impagabili quelle emozioni e invece farebbero a meno di qualsiasi leader senza dolore alcuno. Seguendo quelle ragazze e quei ragazzi "persi" in Vasco e che conoscevano ogni parola di ogni canzone, ho pensato che il tema d'italiano avrebbe dovuto riguardare Vasco e non Caproni. Mi sono chiesto se ci fosse in Vasco un messaggio e quale messaggio. Non so. Penso di no. Forse semplicemente lasciarsi vivere senza pensare di cambiare il mondo. Una sorta di neoepicureismo, un vivi nascosto (alla politica). L'illusione che intanto la politica che non cambi invece non cambi te. Certamente ci ho pensato. Ho pensato che l'unità e la passione di quei giovani potrebbero rovesciare o raddrizzare questo mondo se solo qualcuno indicasse una direzione percorribile e appassionante.

sabato 1 luglio 2017

Le mie strane contraddizioni


Sono socialista. Non nel senso in cui (non) lo è il Pse. Credo nell'appropriazione collettiva degli strumenti di produzione. E, come primo passo, nell'instaurazione di precisi elementi di socialismo: nazionalizzazione dei servizi e delle produzioni strategiche, diritto effettivo al lavoro per tutti, salvaguardia di ambiente e futuro. Però non amo la testimonianza impotente di nomi e bandiere. Credo nello sporcarsi le mani e nel compromesso necessario. Non vedo leader socialisti attorno a me, in Europa e nel mondo. Tranne forse Corbyn e Sanders. Forse. Perciò finisco con lo scegliere Angela Merkel. La statista Angela Merkel. Che non fa capricci e battutine, che non ammaina il vessillo della Ue. Che tiene il punto con Trump sugli irrinunciabili valori europei. Che sa fare politica. Anche ieri, dopo avere lasciato libertà di scelta ai suoi parlamentari, dicendo: "Io ho votato no al matrimonio gay. Ma è stato un dibattito serio e impegnativo di convinzioni diverse. di cui essere fieri". Insomma,sono lontano da Merkel, ma invidioso della Germania che ha almeno una guida conservatrice di tale livello.E che non ha alternanza, se alternanza significa disfare la sera la tela del mattino. Ciò detto, torniamo ai tweet spiritosissimi e al tifo italiano

venerdì 30 giugno 2017

Macron e Ventimiglia

La narrazione di Macron è affascinante. Per chi ha voglia di essere affascinato. Giovanissimo e con una intrigante love story con l'ex sua professoressa. Ma al dunque della politica non cambia nulla. I cani della gendarmeria francese scagliati per rintracciare i fuggitivi da Ventimiglia al territorio francese. E Macron che alle proteste italiane per l'assenza di solidarietà della Eu, dopo le pacche consolatorie sulle spalle, obietta: "Però l'80% dei migranti arrivati in Italia sono migranti economici, non da guerra". Non serviva Macron per dire questa sciocca ovvietà. Avrebbe potuto dirla anche Hollande o Sarkozy o un banale presidente sposato con una coetanea. P.S. Come spiega molto bene oggi Altan la differenza fra un migrante da guerra e uno economico è che il primo non vuole morire sotto le bombe, il secondo non vuole morire per fame. .

mercoledì 28 giugno 2017

Il braccialetto e il rompighiaccio

Nella mia Italia così impegnata in sofisticate disquisizioni politiche oggi non si trova un braccialetto elettronico come ieri non si trovavano rompighiaccio per liberare i sepolti dalla neve.

Dal tabaccaio

Dal tabaccaio da cui - ahimè - mi rifornisco di veleno debbo mettermi ogni volta in coda per una lunga fila. Non dietro i fumatori, ma dietro pensionate che fanno incetta di "miliardario" e altre cose così. "Me ne dia una da 5 euro e una da 10". Probabilmente pensionate d'oro o con sistema retributivo e che imprecano contro tasse e balzelli. In un angolo appartato quasi tutti uomini che tormentano le macchine mangiasoldi. P.S. Non ho voglia di parlare di politica.

venerdì 23 giugno 2017

Il vocabolario della sinistra che non c'è


Penso che la bussola che indica destra e sinistra sia necessaria. Ma forse non è sufficiente. Se lo è, a cosa dovrei attribuire le differenze fra me e i miei amici, visto che tutti ci diciamo di “sinistra”? Dovrei pensare che qualcuno si inganni su se stesso. Possibile. Magari io sono inconsapevolmente di destra. Sarà per questo che sono piuttosto estraneo al fronte anti-jobs act e anti buona scuola. No, non dall'altra parte, ma propriamente estraneo. Così come sono estraneo al fronte del No. Pur avendo votato No, conservo – confesso - stima per le ragioni di molti che hanno votato Sì. Se non sto a destra forse c'è bisogno di altre coordinate da aggiungere a destra e sinistra. Faccio un esempio che al momento mi sembra il più “duro”. C'è una sinistra che è contro il fiscal compact, è irritata con l'Europa che non ci consente sforamenti. In alcune frange è euroscettica. Crede che occorra stimolare i consumi (di chi?) per stimolare crescita ed occupazione. Su queste tematiche è difficilmente distinguibile dalla destra. Si direbbe quasi che, tolte di mezzo le incompatibilità personali e caratteriali, sia possibile un fronte comune da Salvini a Bersani e anche con quelli che custodiscono falce e martello, passando per Renzi.
Poi c'è una sinistra minoritaria, molto minoritaria, che pare occuparsi d'altro. Del rapporto fra uomini e Terra. Ne ho postato un esempio giorni fa. Jason Hickel evidenzia che la pur necessaria lotta contro le emissioni non è sufficiente a salvare il pianeta. Non bastano le rinnovabili, se le rinnovabili servono a produrre ciò che oggi produciamo. Non bastano se continuiamo con l'agricoltura industrializzata. Non bastano se la competizione riempie il mondo di spazzatura. Serve un nuovo sistema economico-sociale insomma. Ecco, non credo proprio che Jason Hickel perderebbe tempo ad inveire (dal suo punto di vista) contro il pareggio di bilancio. Non credo che chiederebbe bonus per stimolare i consumi . Dico per stimolare i consumi e non per alimentarsi correttamente giacché per la sinistra maggioritaria che condivide molto (o troppo) dei miti della destra le persone sembrano scomparire per diventare funzionari del consumo che darebbe “un po' più di lavoro, un po' più “ come dice un politico di sinistra che non nomino. Oggi l'emergenza idrica che tocca anche l'Italia mentre fa crescere i deserti nel mondo e crescere i fuggiaschi dovrebbe farci riflettere su come calcoliamo le diseconomie del sistema. Ma il sistema è culturalmente attrezzatissimo. Riesce infatti addirittura a parlare di “opportunità derivanti dal terremoto”. Come altre volte ha parlato di “opportunità derivanti dalla ricostruzione post bellica”. Hickel non cita la locuzione “decrescita felice”. Immagino perché consapevole della sua impopolarità. Troppo difficile spiegare che Latouche non intendeva “decrescita” come ritorno all'età della fame endemica e della peste. Alla sinistra minoritaria manca il vocabolario sequestrato tutto da destra-centro-sinistra. Mancano anche a me le parole per definire una sinistra egualitaria che crede al diritto alla felicità di tutti gli uomini del mondo, compresi quelli che verranno.