venerdì 23 giugno 2017

Il vocabolario della sinistra che non c'è


Penso che la bussola che indica destra e sinistra sia necessaria. Ma forse non è sufficiente. Se lo è, a cosa dovrei attribuire le differenze fra me e i miei amici, visto che tutti ci diciamo di “sinistra”? Dovrei pensare che qualcuno si inganni su se stesso. Possibile. Magari io sono inconsapevolmente di destra. Sarà per questo che sono piuttosto estraneo al fronte anti-jobs act e anti buona scuola. No, non dall'altra parte, ma propriamente estraneo. Così come sono estraneo al fronte del No. Pur avendo votato No, conservo – confesso - stima per le ragioni di molti che hanno votato Sì. Se non sto a destra forse c'è bisogno di altre coordinate da aggiungere a destra e sinistra. Faccio un esempio che al momento mi sembra il più “duro”. C'è una sinistra che è contro il fiscal compact, è irritata con l'Europa che non ci consente sforamenti. In alcune frange è euroscettica. Crede che occorra stimolare i consumi (di chi?) per stimolare crescita ed occupazione. Su queste tematiche è difficilmente distinguibile dalla destra. Si direbbe quasi che, tolte di mezzo le incompatibilità personali e caratteriali, sia possibile un fronte comune da Salvini a Bersani e anche con quelli che custodiscono falce e martello, passando per Renzi.
Poi c'è una sinistra minoritaria, molto minoritaria, che pare occuparsi d'altro. Del rapporto fra uomini e Terra. Ne ho postato un esempio giorni fa. Jason Hickel evidenzia che la pur necessaria lotta contro le emissioni non è sufficiente a salvare il pianeta. Non bastano le rinnovabili, se le rinnovabili servono a produrre ciò che oggi produciamo. Non bastano se continuiamo con l'agricoltura industrializzata. Non bastano se la competizione riempie il mondo di spazzatura. Serve un nuovo sistema economico-sociale insomma. Ecco, non credo proprio che Jason Hickel perderebbe tempo ad inveire (dal suo punto di vista) contro il pareggio di bilancio. Non credo che chiederebbe bonus per stimolare i consumi . Dico per stimolare i consumi e non per alimentarsi correttamente giacché per la sinistra maggioritaria che condivide molto (o troppo) dei miti della destra le persone sembrano scomparire per diventare funzionari del consumo che darebbe “un po' più di lavoro, un po' più “ come dice un politico di sinistra che non nomino. Oggi l'emergenza idrica che tocca anche l'Italia mentre fa crescere i deserti nel mondo e crescere i fuggiaschi dovrebbe farci riflettere su come calcoliamo le diseconomie del sistema. Ma il sistema è culturalmente attrezzatissimo. Riesce infatti addirittura a parlare di “opportunità derivanti dal terremoto”. Come altre volte ha parlato di “opportunità derivanti dalla ricostruzione post bellica”. Hickel non cita la locuzione “decrescita felice”. Immagino perché consapevole della sua impopolarità. Troppo difficile spiegare che Latouche non intendeva “decrescita” come ritorno all'età della fame endemica e della peste. Alla sinistra minoritaria manca il vocabolario sequestrato tutto da destra-centro-sinistra. Mancano anche a me le parole per definire una sinistra egualitaria che crede al diritto alla felicità di tutti gli uomini del mondo, compresi quelli che verranno.

sabato 17 giugno 2017

Tutto bene, tranne...


Tutto bene per noi che apparteniamo alla società dei 2/3, di quelli che stanno fra ricchezza e non povertà, di quelli che almeno possono farsi una pizza a settimana. Tutto bene tranne:
1. tranne i “maschi” neofascisti che in Parlamento si vantano di fare a botte come ai bei tempi andati
2. tranne l'incapacità di promuovere una classe dirigente mobile, senza doversi aggrappare ad una faccia inventata dal caos e dal caso e che occupa lo spazio vuoto del contenitore politico
3. tranne la subalternità assoluta alla cultura di destra che non è per forza “neoliberismo” ma è: niente tasse. niente austerità (neanche quella equa), debito pubblico a gogò e i criminali italiani prima delle brave persone immigrate
4. tranne la subalternità ai canoni del luddismo difensivo: lavorare meno lavorare tutti, i robot che ci rubano il lavoro e via favoleggiando avendo smarrito la bussola del socialismo (sostituito dal bertinottismo e frivolezze simili)
5. tranne l'impossibilità di garantire a figli e nipoti che, nella folla di garantiti e raccomandati, sarà loro garantito un posto di netturbino se saranno bravi a ramazzare o un posto di ricercatore se saranno bravi almeno quanto Einstein
6. tranne il lassismo che preferisce fingere di non vedere le bottiglie di birra nel raduno torinese e il decisionismo cieco che non sa dare un posto al mondo ai dimenticati e sgombera l'inferno dei campi rom, dimenticandosi però di sostituire i campi con le case e con le scuole
7. tranne l'ultima banda di carabinieri che si vantava di fare come la mafia, torturando, stuprando, minacciando, i neri (un solo arrestato e gli altri trasferiti per torturare altrove)
8. tranne i concorsi truccati per la selezione dei prossimi servitori dello Stato
9. tranne il cattivismo - facebook e non solo – del “tutti infami, tranne me e pochi intimi”
Tutto il resto va veramente bene.

giovedì 15 giugno 2017

La morte sceglie i migliori


Ho pensato questa cosa apprendendo di Gloria e Marco, i fidanzati dispersi nell'incendio del grattacielo di Londra. Dopo Valeria. Dopo Giulio. Dopo quelli scomparsi in Spagna in incidenti di bus. Sembra che la morte scelga i migliori, i più belli, dentro e fuori. Non è possibile, mi dico. Sembra, ma non è possibile, mi dico. O forse sì. Forse muoiono i nostri figli migliori che abbiamo ben nutrito e ben educato. E che vanno via affrontando il mondo. Perché qui non c'è posto per loro. Trovando la morte per la follia terroristica o perché il profitto vuole economizzare sulla sicurezza di edifici, bus e treni. Un pensiero ai genitori e un pensiero diverso a quelli che non si daranno pace per avere sacrificato tante vite per garantirsi una barca o vacanze stellari.

mercoledì 14 giugno 2017

Bisogni e risorse: non si cercano e non si incontrano


Ad Ostia si stanno moltiplicando. Ramazzano i marciapiedi ed estirpano sterpaglie. Raccolgono le cicche di sigarette che si ammassano fra strada e marciapiede. Perché i romani fumano molto e non cercano (non cerchiamo) i rari cestini spegni-cicca. I ragazzi neri si presentano con un cartello appuntato su un badile, accanto al punto in cui tengono il necessario (buste, ramazze,etc.) per un lavoro che nessuno ha chiesto loro di fare. Succede che i lavori più utili non abbiano committenti nella società del libero mercato. Sui cartelli c'è scritto più o meno così. NON VOGLIO CHIEDERE ELEMOSINA. VOGLIO LAVORARE. VOGLIO PULIRE LA VOSTRA STRADA. DATEMI 50 CENTESIMI PER QUESTO LAVORO. Io, a torto o a ragione, non indulgo ad elemosine. Stamani però volevo pagare quei 50 centesimi e magari anche più. Mi ha preceduto mia moglie che è scesa di casa con qualche moneta e buste per i rifiuti. Poca cosa. Francamente ritengo più utile questo post (addirittura!). Ritengo più utile sensibilizzare. So che nel quartiere ostiense gli abitanti di una strada hanno un accordo per la pulizia con un immigrato felice di essere liberato dalla condizione di elemosinato. Insomma raramente serve la carità se c'è l'intelligenza. Quella che ci manca quando vediamo un problema – come i rifiuti e le sterpaglie- accanto ad una risorsa umana sprecata e non riusciamo a fare incontrare il problema con la risorsa. Preferiamo l'elemosina. Mi aspetterei intelligenza sociale dagli amministratori, più che dai miei condomini. Ma chiedo troppo. Intanto, oltre che i pensionati che frugano nei cassonetti e magari (visto poco fa) recuperano compiaciuti un giornale da leggere, si moltiplicano le persone in ginocchio sui marciapiedi con cartelli imploranti o quelli che nei bar ti chiedono 80 centesimi (non perdono più tempo a spiegare, per suggerire l'emergenza, che di centesimi ne servono proprio 80 quanti ne mancano per il biglietto del bus o una fetta di pizza). E si moltiplicano anche i neri davanti all'ingresso dei supermercati tutti con lo stesso cappelletto egualmente vuoto. L'ultimo che ho visto mi ha fatto pensare: “Forse è un informatico, forse potrebbe darmi consulenza per le mie persistenti difficoltà digitali”. Voglio dire che la ramazza può essere il principio e non la fine se sappiamo elaborare un modello di incontro fra bisogni e risorse umane. Rischieremmo di conoscere la ricchezza, smettendo di cercare la ricchezza dove non c'è e di frignare perché l'Europa non ci consente di indebitarci di più. Rischieremmo di conoscere la ricchezza smettendo di dividerci fra due inferni contrapposti: il “fuori tutti” e il “dentro tutti ma che si arrangino”.
P.S. Ammetto: di Macron, Renzi, D'Alema, Pisapia, Grillo non mi cale mica. Meglio parlare d'altro.

martedì 13 giugno 2017

La distanza facebook e i nuovi insulti


Sono sotto il sole del pomeriggio aspettando l'apertura dell'ufficio rinnovo patenti. Faccio un giro del palazzo per ingannare l'attesa. Adesso vicino all'ufficio ci sono due ragazzi. Discutono animatamente con una signora che è nella sua auto lì vicino. La discussione si fa sempre più animata. Non so cosa sia accaduto. Capisco che i due ragazzi debbono avere riso della signora. E non so perché. Capisco che la signora è molto coraggiosa. I ragazzi sono anche robusti. “Noi siamo liberi di ridere quanto vogliamo” E lei scende dall'auto. Diventa più aggressiva. Non c'è nessuno tranne me. Su chi può contare la signora? Su nessuno. I “mortacci tua” si sprecano. Coraggiosa la signora e, tutto sommato, “moderati” i ragazzi. Mi limito a dire: “Basta, salutatevi!”. Non mi ascoltano ovviamente. Noto che comunque tengono una distanza di sicurezza. I bulli sono moderatamente bulli per fortuna. Non più bulli della signora. Poi la situazione sembra precipitare. Succede quando i ragazzi appellano “napoletana” la signora, forse per un accento nella voce. . E quella: “Napoletana sarà tua madre, tua sorella e li mortacci tua”. Diventa paonazza. Temo il peggio. Ma l'ufficio apre e i due ragazzi corrono a prendere il posto superandomi nella fila informale fatta da loro e da me. Anche oggi ho imparato qualcosa, spiando la vita degli altri. 1. I ragazzi si limitavano a un litigio a distanza, stile facebook, semplicemente perché temevano di compromettere qualcosa: forse l'esame di patente. 2. In questa Roma in cui sono immigrato “napoletano” è il peggiore degli insulti.

lunedì 5 giugno 2017

C'è posto: anche a Torino




Quel che è successo a Torino ha più cause. Della prima – la sindrome di panico – si è detto. Poichè quasi tutti i feriti (oltre 1500) sono state vittime dei cocci di vetro delle birre bevute per socializzare in piazza, si cercano ora i responsabili della mancata vigilanza. Prendo la parola solo perché ho in mente un altro colpevole. Si può chiamare “lassismo”oppure “cattivismo” oppure buonismo”, o meglio la futile alternativa fra “cattivismo” e “buonismo” . Comunque si chiami è il contrario della buona integrazione la quale è rigore ed accoglienza cioè integrazione cioè dare ad ognuno un posto al mondo. Ed è figlia della negletta ragione. Il senso comune suggerisce che gli abusivi che “spacciano” bottiglie di birra non ci costino nulla. Nessuno ha osato metterci le mani in tasca (giusta la vulgata antitasse di moda da un quarto di secolo) per dar loro un posto nel mondo. .Destra e sinistra infatti si dividono solo fra il respingerli dal centro storico o il lasciarli fare. Non è all'ordine del giorno l'unica risposta giusta: offrire un lavoro che li renda protagonisti di uno scambio equo fra lavoro vero e reddito. Un lavoro che liberi lavavetri, venditori di rose e di bottiglie di vetro dal bisogno di violare le regole. Eppure – a differenza di quanto ritiene il malsano senso comune – il lavoro disponibile è sterminato come sono sterminati i bisogni umani. Altro che “lavorare meno-lavorare tutti”, altro che “prima gli italiani o i padani o i milanesi”. Altro che le sciocchezzuole che intossicano le menti nel triste esordio del millennio.  

domenica 4 giugno 2017

La competenza ignorata


La competenza di cui si straparla – oggi chiamandola spesso “merito”, ieri “professionalità” - non è quella del cameriere anziano ed esperto che serve a me e a mia moglie il caffè nel locale storico in piazza. Dove si va quando si ha voglia di vedere gente (compreso l'immancabile banchetto 5Stelle) e prendere il sole, se c'è. Sapendo di pagare quattro euro i due caffè per pagare la rendita di posizione del bar. Quattro euro invece che due. Ma non cinque. Invece il cameriere – unico italiano fra camerieri egiziani e slavi – si scorda sempre di portare il resto. Magari fingendo (con se stesso?) che sia una mancia obbligata. Si dà il caso però che io sia contrario alle mance come alle estorsioni. E che mia moglie si innervosisca più di me al ripetersi della dinamica. Sicché ogni volta, dopo aver sperato che a servirci sia il cameriere egiziano o la cameriera slava, se ci serve l'italiano il rito del caffè è avvelenato un tantino. E anche i rapporti coniugali ne soffrono un tantino. Perché, pur ottenendo il resto ogni volta, dopo una o due sollecitazioni, mia moglie trova intollerabile che io le chieda di tornare in quel bar. Dove andiamo sempre più raramente.
La competenza invece è quella della cameriera del ristorante-pizzeria vicino. Affollatissimo. Con i tavoli sempre più numerosi in piazza, oltre che dentro. L'ultima volta ancor prima delle venti a fatica conquistiamo un tavolino. Per del cibo così così, spaghetti e riso entrambi molto al dente. Forse perché i fornelli hanno troppa fretta di cuocere, vista la fila ai tavoli. Però quello strano tipo che son io si sente appagato egualmente. Perché guardo l'efficienza straordinaria dei giovani – ragazze soprattutto- che servono ai tavoli. Ognuno/a che insieme fa più cose: prende ordinazioni, sparecchia il tavolo accanto, fa segno al compagno di lavoro, sorride al tavolo di fronte per dire “arrivo”. Poiché cerco sempre segni d'altro nelle piccole cose, lo spettacolo della passione, della fatica e della competenza giovanile mi sollecita qualche speranza nel futuro. Dulcis in fundo, la ragazza carinissima che più si occupa di noi, scorgendo un attimo di perplessità nei nostri sguardi perché siamo rimasti senza forchette, ci regala un sorriso splendido. “Non vi abbandono” ci dice. Un sorriso e una esibizione di competenza vera che da soli valgono il prezzo della cena.
P.S. Mi capita di chiedermi quanti imprenditori siano consapevoli del valore dei loro collaboratori o anche della loro nocività. Penso siano pochini. Troppo intenti a fare i conti, troppo intenti a cercare il contratto meno oneroso. Insomma non immagino molti imprenditori capaci di valutare la competenza. E neanche il sindacato può farlo. Numeri. Camerieri. Ricercatori. Insegnanti. Tutti accomunati da una qualifica che li fa apparire eguali. Con la stessa qualifica nella scuola uno apre le menti alla curiosità, l'altro le chiude. Con la stessa qualifica uno ti avvelena un ottimo espresso, l'altra ti intenerisce gli spaghetti troppo al dente. Neanche il sindacato può distinguere. Teme, con ragioni inoppugnabili, di dividere distinguendo. Teme che il giovane ricercatore che troverà la soluzione alla malattia più difficile finisca con una paga di trecento euro al mese. Contro i duecento di chi non trova e non cerca niente. Vero. Infatti la soluzione va cercata proprio altrove. Non nelle dinamiche avvelenate del mercato. .

Preparo la valigia per Londra


Direi che Il combinato disposto dell'ennesima strage terroristica e del disastro di Torino (quasi strage) mi angoscia, se non fossi già angosciato da tempo, come molti. Esaurite le parole di condanna e quelle di solidarietà, ribadisco la convinzione che non c'è molto da fare contro il terrorismo ormai endemico e contro il nichilismo che lo genera e rigenera. Si può contenerlo al più con misure di sicurezza più efficaci, sacrificando un po' i sovranismi nazionali in materia. Più radicalmente si può pensare di vincerlo (nei decenni a venire) lavorando ad una cultura planetaria della pace e dell'eguaglianza, una cultura che non appaia e non sia cristiana o occidentale. E' il lavoro su cui si sta spendendo Francesco. Con nessuna garanzia di successo nel tempo e sicuramente non nell'immediato. Nell'immediato l'unica terapia possibile è inscrivere il rischio di morire per mano di un folle che cerca le vergini nel paradiso di Allah nel grosso rischio della vita stessa: gli incidenti stradali o domestici, un male covato nei contesti insalubri, etc. Dirsi che il rischio di morire per un folle è statisticamente minimo. E fare tranquillamente le valigie per Londra (come sto per fare). Sapendo anche che la paura può uccidere più del terrorismo.

venerdì 2 giugno 2017

La timidezza di Rossi, l'arroganza di D'Alema e il salvagente Bersani


So di dare forse un dispiacere agli amici indirizzati, come me (pur senza entusiasmo) a votare Art. 1. Ma è giusto ed utile essere sinceri. Ieri mi è capitato di entrare in crisi seguendo sulla 7 prima Enrico Rossi poi Massimo D'Alema. Rossi alla domanda se ritenesse opportuno nazionalizzare le banche salvate dal danaro pubblico rispondeva con qualche timidezza che no, non pensava a nazionalizzazioni. Pensava semplicemente ad una partnership pubblico-privato. Era chiaro che la parola “nazionalizzazione” lo metteva in imbarazzo. Insomma non ci venga in mente di avere in Art. 1 qualcosa che assomigli troppo al Labour di Corbyn. A Corbyn invece la parola “nazionalizzazione” piace. E lo dice.
Poi ho sentito D'Alema. Diceva cose abbastanza condivisibili. Col solito tono del primo della classe. Un po' come un antirenziano sfegatato che condivide stile e arroganza dell'avversario. Damilano ha osato farglielo notare. Poi, soprattutto ha osato contestargli la famosa caduta di Prodi attribuita alle manovre dalemiane. Mal gliene incolse all'imprudente Damilano. D'Alema gli ha dato seccamente dello stupido. Francamente io avrei lasciato immediatamente lo studio. Damiliano è rimasto invece . Imbarazzato. Molto imbarazzato. Fino a ricevere qualcosa di simile alle scuse. Dico che continuo a non riconoscermi nello stile dalemiano, troppo simile a quello renziano. Si dirà che lo stile non è sostanza. Ma non lo credo. In assenza di progetti davvero radicalmente alternativi, lo stile è quel che ci rimane. E' la condizione per una fase di convivenza in cui si possa confrontarsi e progettare. E scrivere qualcosa di radicale e sensato sulla lavagna bianca. Poi stamattina ho letto l'intervista di Bersani a Repubblica. Altro stile per fortuna e altra concretezza. Meglio che niente per un altro clima. Senza radicalità purtroppo. Ed anche l'ipotetico nome della lista alle imminenti elezioni – Alleanza per il cambiamento – mi appare scialbo e - direi - renziano. Nonché timido come il definirsi di centrosinistra e non chiaramente di sinistra. Di centro-sinistra sono eventualmente le coalizioni che vedono insieme centro e sinistra, come credo volesse dire l'amico Alfredo Morganti in un post recente. Aspetto qualcuno e qualcosa che nomini la parola proibita: “Socialismo”.

Non è colpa di Renzi


Non è colpa sua se è costretto a chiedere ad Alfano il piacere di bocciargli il “suo” governo. Per convenzione un partito non può bocciare il suo governo. Ma è una convenzione insensata. Perché mai il PD non dovrebbe volere un governo sempre suo ma diverso, con il segretario, ristabilito, nuovamente al comando? Dicono che non giovi all'Italia andare a l voto. Ma questo è opinabile. Sempre è opinabile il rapporto causa /effetto nelle azioni politiche. Forse con Letta avremmo avuto un'Italia meno distante dall'Europa. O forse il contrario. L'unica cosa certa è che più di un milione di votanti alle primarie ha scelto Renzi. Si ascolti la loro voce. Non la voce dei cinque o sei o più milioni di dispersi a destra e manca. E finalmente superiamo le stupide convenzioni che costringono a comprarsi un killer mentre si potrebbe dare una esplicita buona morte.    

domenica 28 maggio 2017

The Dinner: di chi sono i nostri figli


Invece (a differenza di Get out che è piaciuto a tutti tranne che a me) mi è piaciuto è mi ha preso The dinner. E' il terzo film tratto dal romanzo Het Diner di Herman Koch (2009).  scritto e diretto da Oren Moverman, con protagonisti Richard GereLaura Linney Steve Coogan e Rebecca Hall. Il secondo è stato “I nostri ragazzi” che l'amica Paola Bernardi ci aveva invitato a vedere e che ora mi incuriosisce di più per un confronto. Le trasposizioni cinematografiche suggeriscono che il tema inquieta le nostre coscienze. Al centro della cena lussuosa offerta dal politico in rapida carriera (Gere) c'è un “incidente” che rischia di distruggere la vita dei quattro commensali e degli adolescenti coinvolti. Gli altri sono il fratello mentalmente labile di Gere (Steve Coogan, bravissimo, anzi il più bravo) e le mogli dei due uomini. In quanto padri e in quanto madri, ma anche in quanto mogli e mariti. Credo che l tema inquieti perché sappiamo bene che i nostri figli non sono più figli nostri in questo malato esordio del ventunesimo secolo. Non c'è attenzione e intenzione educativa che possa rassicurarci. E non basterebbe neanche quella alleanza educativa fra famiglia e scuola spesso auspicata, ma sempre più fragile. Perché – credo – i nostri figli sono figli soprattutto di questi tempi,.di esempi mancati, di prospettive incerte, di assenza di merito, di maestri incontrati in rete. Figli del Caso. La cronaca ci ripropone di frequente l'emergere di questi alieni, bulli o assassini. E quasi mai troviamo spiegazione. Al più ci consoliamo ricordando giovani di un altro pianeta: come Valeria Solesin e Giulio Regeni. La mia opinione franca e minoritaria è che l'istituzione famiglia non sia solo malata, bensì moribonda. In quale senso amiamo questi nostri figli? Normalmente nel senso dei tifosi che non vogliono che ognuno abbia il suo; vogliono la propria squadra vincente comunque. Vogliamo che il giocatore falloso, se della nostra squadra, la faccia franca. La domanda è se questo serva al giocatore falloso e ai nostri figli. E' la domanda che diventa centrale durante la cena. E' spiazzante che a porla sia l'antipatico politico, antipatico come i politici oggi. Spiazzante perché solo lui per un attimo ha chiaro che per il bene dei figli, i figli non debbano essere “protetti”, ma debbano pagare. Per un attimo. Poi la vita con la sua complessità e il groviglio delle convenienze personali ha il sopravvento. Purtroppo.






venerdì 26 maggio 2017

Nostalgia e masochismo


E' inevitabile. Molti artisti per noi sono personaggi legati ad un tempo finito, assai più breve della loro vita intera. Non so voi, ma io provo qualcosa di sgradevole e amaro quando Carlo Conti ci ripresenta quelle facce così cambiate. Così poco fa, sfuggendo alla politica e a Carminati proposti in TV, ho rivisto Karen Lynn a 40 anni di distanza di quella "Febbre del sabato sera" di cui fu protagonista con Travolta. Conti sviluppa la sua operazione nostalgia. Io guardando Karen Lynn, irriconoscibile, scendere incerta e malferma le scale ripide dello studio, sento che sto compiendo su di me una sorta di operazione masochistica. Forse passo a vedere il seguito delle gesta di Carminati.

mercoledì 24 maggio 2017

Una domanda irriverente


Vedo in diretta TV l'incontro fra Francesco, Trump e il suo seguito. Trump sorridente e Francesco un po' imbronciato. I due non potrebbero essere più diversi. Il sovranista contro l'internazionalista, quello dei muri contro quello dei ponti, l'ecoindifferente contro l'autore di "Laudato si'", l'enciclica sull'ambiente e il mondo casa comune. Enciclica che il Papa regala a Trump. E sembra una provocazione. Fra il serio e l'imbronciato dunque Francesco. Che però si illumina quando Trump gli presenta moglie e figlia, così eleganti. Una domanda irriverente: un Papa può non essere indifferente alla bellezza femminile?.

25 anni dopo: pensando all'inconsapevole complicità


Ho seguito in TV il 25esimo anniversario di Capaci. Soprattutto a sera nella complicata trasmissione di Fazio. Che dire? Credo che sia stato tutto utile per ripassare qualcosa e per trasmetterla ai figli che non c'erano. Non ricordavo esattamente il numero delle conclamate vittime di mafia. Ora so che sono più di 900. Non ricordavo bene la storia della ragazza di famiglia mafiosa che denuncia la mafia e poi si suicida. Al di là del ragazzino sciolto nell'acido, non ricordavo i particolari delle vendette sulle famiglie dei pentiti, famiglie sterminate. Utile ricordare. Utile riconoscere che quelle morti illustri – Falcone, Borsellino e tanti altri - non sono stati inutili. In qualcosa però non riesco a riconoscermi. Non mi piacciono le reiterate allusioni alle complicità dello Stato. Allusioni troppo vaghe, senza nomi. In generale sono fra i pochi che non credono ai complotti. Sarà grave, ma preferisco dire come la penso. Penso che la mafia di quegli anni aveva una capacità stragista senza eguali. Penso che non tutti gli avversari di Falcone e Borsellino fossero in cattiva fede o complottisti. Penso che molti credevano ai rischi di una gestione centralizzata della lotta alla mafia. Col senno di poi sbagliavano. Ma non erano necessariamente complici consapevoli di Riina. Al più alcuni riuscivano a credere che fosse istituzionalmente corretto quanto conveniva alle loro carriere. Alcuni coltivavano umane invidie. Ma non riesco a credere a tavoli complottisti fra mafiosi e premier di governo o cose simili. Credo di più alla viltà. Credo alla paura di esporsi. Credo a patti silenziosi o impliciti fra politica e mafia, nel segno della convenienza, patti così impliciti e negati a se stessi da consentire a uomini delle istituzioni di guardarsi allo specchio. Credo al coraggio di Falcone e Borsellino. Credo alla straordinaria complessità della Sicilia in cui vivevo. Con i condomini di via Notarbartolo, dove Falcone abitava, che scrivevano lettere alla stampa lamentandosi per la loro vita disturbata dalle sirene della polizia e proponendo che i magistrati abitassero in villette fuori dal centro. Mi è capitato di verificare personalmente i segni di quella ignavia impudente. Quando visitai l'albero di Falcone, con tanti biglietti di ringraziamento per il suo sacrificio. C'era tanta gente davanti al condominio . Mia figlia che era con me e stava per iscriversi alla Sapienza di Roma pensò per un attimo che se la Sicilia era quella davanti all'albero di Falcone, poteva restare a studiare in Sicilia. Ma la Sicilia non era solo quella. Una signora elegante si fece largo fra la gente per entrare nel portone del suo condominio. Lo fece indispettita, sbuffando. La Sicilia era anche questo. Come era la folla enorme e indignata che rompe i cordoni della polizia davanti alla Chiesa in cui si celebrano i funerali perché vuole onorare Borsellino e inveire contro le istituzioni sentite come complici. E stringe in una morsa pericolosa Scalfaro, capo dello Stato. La Sicilia che ricordo era tante cose in un conflitto tragico sconosciuto altrove.

martedì 23 maggio 2017

Lettera aperta all'aspirante terrorista


Debbo farti una rivelazione: non ci sono vergini prosperose ad attendere in paradiso i martiri. Per inciso: e se un martire preferisse le magre? Se sei una donna, sei doppiamente fregata. Non hanno previsto uomini vergini ad attenderti, ammesso che possano interessarti.
Ma sono convinto che neanche tu credi a queste invenzioni. Fingi di crederci perché non sai cosa fare della tua vita inutile. Come quei ragazzi, qui in Occidente , che non credono in Allah, ma credono nei selfie. E si suicidano per immortalarsi in un selfie. Tu e loro non credete nella vita. Vi uccidete e uccidete ragazzini perché scegliete le cose facili. C'è invece qualcosa di affascinante da fare al mondo, difficile e impegnativa; darsi e dare felicità. Unisciti al partito della ragione e della giustizia.

Manchester e Capaci


Giorno del ricordo, del dolore, della speranza e del buio assoluto. E' vero, la mafia si può sconfiggere, come diceva Falcone e ricorda Mattarella. Richiede "semplicemente" che inventiamo una nuova politica: educazione vera, rivoluzione legalitaria, inflessibilità sul familismo ed il particolarismo che l'alimenta, giustizia sociale ed un posto ad ognuno nel mondo. Difficilissimo, ma possibile. L'infezione terroristica e nichilista invece no. Non sappiamo neanche da dove cominciare. La seduzione della morte, inflitta agli altri e a se stessi, appare contagiosa e irresistibile. Dall'Isis ai giovani che giocano a suicidarsi, immortalati da un selfie. Un grazie ancora a Falcone, Borsellino e a quelli che con la morte diedero un senso alla loro vita. E un abbraccio sconsolato ai familiari delle giovani vittime di Manchester. Non so dire altro.

lunedì 22 maggio 2017

Io tra gli alieni che consumeranno le ultime briciole


Sedendomi col mio amico ai posti assegnati al cinema mi viene il dubbio che disturberemo con le nostre teste due ragazzine sedute dietro. Chiedo loro se sia il caso che ci spostiamo. Ma rispondono qualcosa di incomprensibile. Sicché restiamo ai posti assegnati. Poi arriva dietro di noi, una coppia, un ragazzo e una ragazza. Man mano che il film procede la mia delusione cresce. “Scappa – Get out” aveva la stellina di “imperdibile” dai critici di Repubblica. Direi sarebbe stato meglio se lo avessi perso. Intanto mi arrivano sulla schiena ripetuti calci dalla ragazzina dietro di me. E mi giungono commenti e suoni dagli iphone. Ogni tanto mi giro e torna un po' di quiete. Ma accade anche che girandomi indietro per poco non sbatto il viso su uno scarpone. E' quello di un prestante giovane di cui scorgo solo il braccio supertatuato, oltre lo scarpone incombente sullo schienale alla mia sinistra. E' quello arrivato con la sua ragazza. Immagino che così dimostri alla partner che lui se ne infischia del mondo e delle convenzioni degli adulti. Poi quello abbassa lo scarpone. Per fortuna perché mi immaginavo litigare con lui, naturalmente sconfitto dalla prestanza giovanile. Usciamo, io deluso del film e deluso per tutto. Una coppia amoreggia fuori dal cinema. Senza troppo impegno, come spesso vedo succedere. Tanto è vero che lui vedendomi accendere una sigaretta, interrompe quello che una volta si chiamava "petting" e mi viene incontro chiedendomi: "Ha una sigaretta?”. Rispondo no. Gli alieni, prossimi padroni e consumatori del mondo, non avranno la mia paghetta.

domenica 21 maggio 2017

Il grande distrattore


Sono insofferente alle battutine su temi seri che riguardano la vita e la disperazione di tanti, di troppi: il reddito e il lavoro. Se mi limito ai numeri Renzi non ha fatto particolari disastri in materia economica e di lavoro. Non sono cresciuti i disoccupati. Forse sono un tantino diminuiti. Al prezzo di costosi incentivi. Il punto è che l'occupazione e il reddito sono cresciuti in Italia meno che nel resto d'Europa. In compenso è cresciuto il debito pubblico. Quindi evidentemente siamo passati dal – 0, qualcosa al + 0,qualcosa per l'onda lunga della ripresa mondiale ed europea. Il differenziale con l'Europa e col mondo in termini di Pil ed occupazione è allora il differenziale fra il sistema Italia (classe dirigente compresa) e gli altri. Renzi sostanzialmente non ha fatto né più né meno di quello che avrebbe fatto il “sereno” Letta. Dal mio punto di vista l'avversione a Renzi è motivata proprio da una narrazione estenuante sul NULLA dei suoi risultati. Ovvero su una narrazione che è servita come arma di distrazione di massima , impegnando le energie di tifosi di qua e di là che avrebbero dovuto spendersi ben altrimenti. Questo è imperdonabile.

Fra padella e brace


Così Renzi ora proclama: “Il reddito di cittadinanza devasta l'art. 1. della Costituzione. Noi siamo per il lavoro che è dignità, non per l'assistenzialismo”. Quasi d'accordo che il reddito di cittadinanza dia meno dignità del reddito da lavoro. “Quasi” perché una mezza verità è di fatto una bugia. Innanzitutto perché il reddito di cittadinanza dà comunque più dignità che non l'assenza di reddito e il dormire sotto i ponti o in auto. In secondo luogo perché i progetti di reddito di cittadinanza che conosco a partire da quello 5Stelle prevedono lavori socialmente utili, come corrispettivo del reddito. In terzo luogo perché “essere per il lavoro” non significa tifare per il lavoro. Significa realizzare lavoro. Grlllo risponde con poca efficacia e chiarezza: “Nessun assistenzialismo, vogliamo che vinca l'intelligenza sulla stupidità”. Il mio sospetto è che Grillo consideri una appendice di poco conto ciò che nello stesso programma 5Stelle dovrebbe accompagnare il reddito di cittadinanza ovvero le politiche attive del lavoro. In sintesi sono assolutamente insoddisfatto delle futili battute renziane, ma abbastanza insoddisfatto anche della risposta grillina. Se poi voltiamo pagina e parliamo di Europa o di immigrazione il mio pollice verso riguardo Grillo si fa netto. Fra lui e Renzi non so bene dove sia la padella e dove la brace. E la terza via è quasi invisibile. Ancora.

venerdì 19 maggio 2017

A proposito di Prodi e di altro


Sentire ieri Prodi a Otto e mezzo ha dato conferma ad alcune mie convinzioni. Ad esempio che non dovevo considerare "nemici" tutti quelli - politici e no - che, come Prodi, Napolitano, Letta, Benigni, Scalfari, etc., si erano espressi per il Sì. Il corollario era che non giova erigere frontiere, ma piuttosto aspettare, pazienti col dialogo, il ritorno del figliol prodigo. Prodi, come prima Napolitano, ha contestato duramente la personalizzazione di quel referendum, additandone la responsabilità a Renzi. Peraltro anch'io, come molti, ho votato convintamente No più per arginare il mito catastrofico dell'uomo solo al comando che per la convinzione che tutto fosse sbagliato in quella disorganica ed eterogenea proposta di riforma. Ho annotato poi una risposta convinta ed argomentata di Prodi a Gruber. La conduttrice chiedeva se la "cattiveria" che Renzi si era autoattribuita potesse essere una qualità in politica. "Assolutamente no" ha risposto Prodi.La "cattiveria" è nemica della capacità di comprendere e di includere. E' la caratteristica degli "escludenti". Penso che Prodi volesse dire che la cattiveria escludente è incompatibile con una vocazione maggioritaria. Che io interpreto come intenzione di rispondere ai bisogni di tutti, pur a partire dai bisogni degli ultimi. Non già come imbroglio legislativo che consenta ad una minoranza di prendere tutto. P.S. Chiarisco che stimo Prodi, Veltroni, Letta e molti altri che non saranno mai i miei leader. Il punto è che mi sento socialista o forse comunista, ma non riesco a trovare leader stimabili che si autodefiniscono socialisti o comunisti. Scelgo quindi senza entusiasmo quelli che comunque penso non farebbero affondare la zattera comune. In attesa di un timoniere (collettivo) che ci faccia cambiare direzione

mercoledì 17 maggio 2017

La politica del bar dello sport e delle comari




Una volta era una cosa seria. Accompagnava e produceva progresso e tragedie. Oggi non c'è o e una cosa ridicola. Fatta di lazzi e smorfie. Impregnata della logica del tradimento come nelle invettive del bar dello sport. Chi era nella tua squadra ieri, come un Higuain, lasciando la squadra è un reietto. Chi era al confine estremo del tuo perimetro e con un saltino ne esce per elaborare la propria autonomia diventa distante anni luce, più di quelli che stavano e stanno in un pianeta distante anni luce. Le bandiere delle appartenenze, come la bandiera d'Europa, si alzano ed ammainano a capriccio. E poi “fidatevi di me”, “quello ce l'ha con me”, “l'altro pure perché non gli ho dato il ministero”.
“Che noia, che barba, che noia” diceva l'indimenticabile Sandra Mondaini.

 I costi discreti della politica appaiono più intollerabili dei costi abnormi dello spreco umano dell'inoccupazione. Oggi si può irridere a chi tenta di inserire un gettone nello smartphone e domani, egualmente e al contrario, alla democrazia digitale. La politica diventa mera esibizione simbolica: quattro soldi dello stipendio del politico per finanziare l'un per mille o centomila delle piccole imprese o scopare una strada fra flash di fotografi, lasciando irrisolto il problema della igiene cittadina. E rispondere all'esibizione con esibizione di orrida oscenità (Libero). Come nei discorsi di soli uomini o di sole donne. Oggi propendo per l'astensione.   

lunedì 15 maggio 2017

Ieri sera parte seconda: gli antipatici talvolta efficaci


Poi, ieri sera, dopo Veltroni e la cena, ho ho seguito "Operai" dell'antipaticissimo Lerner. Bello il servizio. Prima le interviste ai paria del lavoro di quest'epoca. A partire dai lavoratori e dalle lavoratrici (soprattutto) impegnate in cooperative di pulizia. Racconti di lavoro sottopagato (3 euro l'ora), di spezzoni di lavoro sommati (4 ore qui, 3 ore lì, etc.), di una lunghissima giornata di lavoro, spesso donne unica fonte di reddito in famiglia. Lerner ha seguito quelle donne fin nell'impegno di pulizia dei water. degli uffici. Opportunamente giacché il senso del servizio era largamente questo: sono meno retribuiti i lavori più sgradevoli. Curiosamente molte interviste si aprivano col sorriso delle intervistate forse gratificate dall'improvviso protagonismo e si concludevano con lacrime. Come se, raccontandosi a Lerner, le addette alla pulizia si accorgessero improvvisamente della propria condizione di infelicità. Ho interpretato il servizio come una denuncia della follia del mercato del lavoro. Sia perché il mercato non può che punire l'offerta abbondante dei lavori meno qualificati e più sgradevoli e penosi. Sia perché premia e punisce lo stesso lavoro a seconda del territorio in cui è praticato. Oltre alle donne addette alle pulizie si intervistavano badanti. Una raccontava di avere lasciato soli in Romania figli minorenni e di averli rivisti dopo tre anni. Un'altra incredibilmente raccontava che aveva scelto di fare la badante in Italia lasciando la madre in Romania accudita da una badante romena. Insomma viveva col differenziale retributivo fra badante in Italia e badante in Romania. Poi il confronto con i "privilegiati" (virgolette, virgolette) operai di Luxottica. Che non puliscono water ed hanno contratti quasi sempre stabili. E che però hanno dovuto accettare lo scambio (inutile dire "ricatto" perché il ricatto è sostanziale nello scambio fra più forte e più debole) di anticipare alle 5 del mattino l'apertura in cambio della rinuncia a delocalizzare. Riflessioni? Quel che volete. La prima per me è l'esigenza di un internazionalismo sindacale.

Ieri sera: Veltroni come terapia dell'inclusione


Ieri sera, stremato da conflitti sulla mia pagina aperti da un innocente resoconto del mio viaggio in Spagna, mi sono rifugiato su Rai 3 dove ho seguito prima Walter Veltroni intervistato da Fabio Fazio, poi "Operai" l'inchiesta in più puntate di Gad Lerner.
Veltroni presentava il suo nuovo film inchiesta "Indizi di felicità". L'ho ascoltato interrogandomi sulle ragioni della mia antica e perdurante "simpatia" per lui. Simpatia che prescindeva e prescinde dal consenso su specifiche linee politiche. Probabilmente agisce in me una convinzione latente sulla futilità della politica praticata, in assenza di grandi opzioni. Perciò in definitiva prediligo un politico più per la sua paideia sottesa (idea del mondo), più per la “musica” del messaggio che per i cosiddetti “contenuti”. Anche perché ritengo che quella “musica”, quella emozione possa produrre alla fine o distruggere totalmente la convivenza. Perciò percepisco totalmente lontano da Veltroni il presunto epigono Renzi la cui musica mi infastidisce e mi annoia. Ieri percepivo chiaramente ancora una volta che Veltroni è un uomo intero e non un mestierante della politica. Capace di transitare da una dimensione all'altra. Problematico e inclusivo a differenza del mitico rivale D'Alema. Peraltro ieri Veltroni ha ribadito con convinzione la radice sociale della felicità. Che è incompatibile con l'infelicità del prossimo. Toni simili a quelli di Francesco e anche a quelli del Bersani più incisivo di anni fa che diceva: "Sinistra è sapere che non si può star bene se gli altri non stanno bene". Vedrò il suo film fra poco in uscita.
P.S. Ovviamente, conoscendo la composizione variegatissima dei miei amici fb so bene che i simpatizzanti per Veltroni sono una minoranza. Quietamente me ne faccio una ragione.

domenica 14 maggio 2017

Vacanza in Spagna. Vacanza dall'Italia e dalla rete. Sopravvissuto.


Vacanza di 9 giorni: Siviglia, Cordova, Toledo, Madrid. Vacanza facile perché fra cugini. Simili ma non eguali. Loro più fiduciosi. Più vivaci. Meno depressi. Con tasso di crescita più alto del nostro. Primatisti - apprendo- nelle manifestazioni di piazza. Incontrati più italiani inseriti del previsto. Camerieri e titolari di bar e ristoranti, ma anche giovani in altri impieghi stabili. Nessuno purtroppo pensa di tornare. Molte manifestazioni di fede. Molti happening in strada: musicisti, flamengo, mimi. Molto turismo: troppo. Convivenza gomito a gomito fra consumatori di tapas e diseredati: mendicanti, senza tetto. Confronto fra le due capitali, ancora una volta improponibile, riguardo pulizia e trasporti. Posterò alcune delle mie mediocri foto. P.S. Dalla lettura del Corriere, unica finestra sull'Italia, apprendevo di quel tale che si diceva dispiaciuto dei bambini rom dati alle fiamme a Roma, ma aggiungeva che gli sarebbe dispiaciuto di più se fossero stati italiani. Poi ho letto di Serracchiani per la quale lo stupro commesso da un immigrato è più grave di quello commesso da un italiano. Interessante, diciamo. Avanti, o meglio, indietro tutta.

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giovedì 4 maggio 2017

Una vita da abusivo in terra

Arrivederci ad un'altra vita che non c'è, Niang Maguette. Senegalese di 54 anni. Da 20 anni ambulante, forse abusivo, a Roma. Morto per malore, forse da stress, forse per altro, sfuggendo per il bel lungotevere romano ad un controllo anti-abusivi. L'Italia che spreca, l'Italia maldestra e incapace nelle politiche di accoglienza, come nelle politiche del lavoro, non ha saputo avere che occhi indulgenti-indifferenti, con estemporanee durezze. Non ha saputo-voluto aiutarti a costruire una storia di lavoro e di vita.

mercoledì 3 maggio 2017

Il declino o la nostalgia


All'annuncio della morte di Valentino Parlato ho avuto un pensiero. Sono scomparsi negli ultimi anni anche: Lucio Magri, Tina Anselmi (quella che più rimpiango), Azeglio Ciampi, Marco Pannella. Tutti salutati con dolore o almeno con vero rispetto. Esponenti di una generazione dalle grandi visioni. Mi sono chiesto come diranno addio ai protagonisti dell'attuale declino italiano fra 50 o 100 anni quelli che ci saranno. Cosa si ricorderà di loro? La bandiera ammainata della Ue? I veleni contro le Ong? Le dinastie di garanti? Il “prima gli italiani”? Le conversioni a 180 gradi dallo scissionismo regionale al sovranismo? L'audace conversione da partito dei lavoratori a partito di Marchione? La riduzione dei partiti a scatole vuote, da riempire di tutto e di nulla, scalabili come una spa?
Poi mi sono detto, amando dubitare di me stesso, che la mia è la solita deformazione nostalgica dei bei tempi andati. Me lo sono detto, ma non mi sono convinto.

domenica 30 aprile 2017

Dividersi per Renzi o godere insieme il caffè al sole?


Ho amici “reali” assai meno numerosi degli amici facebook. Ma li ho. Alcuni, pochi, erano amici solo digitali diventati “reali”. La maggior parte degli amici reali sono nonni , come me, trasferiti a Roma da svariate regioni d'Italia, dopo il pensionamento, per accudire nipoti, semplificare la vita dei figli, realizzare un po' di welfare all'italiana e dar senso all'ultima fase della propria vita. Evidentemente la condivisione del ruolo crea solidarietà ed amicizie addirittura più solide di quelle culturali e politiche. Pensavo a questo stamani recandomi in piazza Anco Marzio per un appuntamento al bar con una coppia di nonni di origine napoletana. Con mia moglie e con loro riflettiamo un po' se prendere il caffè pagandolo meno nel bar senza sole o pagandolo assai più per remunerare la rendita “sole”. Paghiamo la rendita. Privilegio di pensionati con sistema parzialmente retributivo. In piazza godiamo (più o meno) lo spettacolo dei gazebo contrapposti: quello del PD, con lunga fila, per le primarie e quello del M5S peraltro quasi sempre in piazza, stavolta per promuovere un referendum locale. Mi sono reso conto da tempo che la maggior parte dei nonni amici, forse tutti, sono renziani. Il caso ha voluto così. Per mio conto farei volentieri a meno di parlare di politica e soprattutto di Renzi. Ma i miei amici renziani non riescono a non parlarne. Pago quindi il prezzo dell'amicizia replicando il consueto scontro fra le ragioni dell'ex premier e quelle dei suoi avversari e dei “traditori”. Un dialogo sterile col nonno, fresco di voto per Renzi alle primarie, in cui nessuno convince nessuno. Intanto siamo “disturbati” da svariate tipologie di richiedenti monete. Dalla mendicante tradizionale al giovane nero che prima cerca di venderti qualcosa di rigorosamente inutile e poi si fa mendicante chiedendoti “qualcosa per mangiare”., etc. L'anno scorso erano di meno e l'anno prima ancor meno. Questo però mi libera dal dibattito inconcludente su Renzi sì e Renzi no. Colgo infatti l'occasione per ribadire una mia vecchia tesi. Perché non mettere al lavoro tutta questa gente? Perché non chiamarla a ripulire la città e l'arenile o costruire argini o fare i badanti? Potremmo chiamare i più bravi (ci saranno forse insegnanti e geometri o anche ingegneri fra i mendicanti e venditori ambulanti) a insegnare l'arabo in corsi di educazione parallela o permanente o controllare la stabilità dei ponti. Non costerebbe necessariamente più della somma delle elemosine e del prezzo degli acquisti inutili praticamente estorti. E saremmo tutti più ricchi e felici alla fine. Stranamente il nonno amico finisce per convergere. Anzi lui mi dice che nazionalizzerebbe tutto. Solo che è difficile, non si può, dice. Insomma, se si mette da parte Renzi, si scopre una larga area di condivisione e di discussione feconda. Ne prendo atto. Lo so. Commetto purtroppo l'errore di cercare di connettere il discorso sulla mendicità e lavori socialmente utili al discorso precedente su Renzi. Lui ci divide e ci fa smarrire progetti ed obiettivi, dico. Una volta i leader inutilmente divisivi erano accantonati. Ora si è tutti impegnati a seguirli fino in fondo, fin nel precipizio. Rischio di “litigare” di nuovo col nonno napoletano. Appena un po'. Ci separiamo perché lui ha da vedere in TV, la partita in cui la Lazio può battere la Roma, favorendo il Napoli: più appassionante delle primarie. Tornato a casa, respiro, sentendo in TV Francesco parlare ai giovani dell'Azione Cattolica con l'invito ad entrare in Politica, “Quella con la P maiuscola però, non con la minuscola” sottolinea con la mano. Ho capito.
Buona domenica a Francesco, papa “laico” e rosso. Più degli inutili Rizzo e Turigliatto, se posso dirlo.

sabato 29 aprile 2017

La metro mi suggerisce di non votare Salvini


Nel primo pomeriggio devo recarmi a Termini. Al mattino mi reco nel vicino centro commerciale per acquisti. In fila alla cassa. Davanti una splendida africana con una deliziosa figlioletta dai capelli ricci, nera, nera, nera. Stavolta è mia moglie ad osservare ed aprire il discorso. “Hai visto come sono belle, madre e figlia”? “Visto, bellissime” Sospettoso su me stesso mi viene da pensare che in me, e forse anche in mia moglie, esista un pregiudizio a favore dei neri, ideologico o quasi per dispetto, che non mi consente obiettività. Avrei detto “bellissime” per una coppia di madre e figlia bionda, europea? Non so. Ma l'altra cosa sorprendente per me, abituato al veloce tramonto di congiuntivi e condizionali, è l'italiano di madre e figlia. La figlia, 4 o 5 anni, chiede: “Mamma, pensi che potrei andare a passare il pomeriggio a studiare a casa di Laura”? La madre: “Potresti andarci se conoscessi sua madre. Ci andrai quando la avrò conosciuta” Accipicchia, da far venire i brividi ai nativi italiani, a partire dal grande politico!. Penso che spetterà a loro custodire la lingua di Dante. Quando peraltro, come l'Istat ci ricorda, gli italiani superstiti nella strage demografica e culturale saranno milioni e milioni di meno, oltre che acciaccati dagli anni.
Vado a Termini allora. Nella fermata della metro si libera un posto. Io faccio per sedermi, ma titubo un attimo, pur difendendo il posto col mio corpo, indeciso se offrire il posto a mia moglie o ad una matura signora più vicina. “Prego, signora, prego”. Ma la signora pare non sentirmi. E mia moglie guarda altrove. Non faccio in tempo a sedermi. Un giovane dalle fattezze italiche, sui trent'anni, col berretto americano assai bisunto, mi spinge con una gomitata da rugby e mi soffia il posto. E si immerge nel suo mondo digitale. Come quasi tutti attorno.
Nella metro del ritorno mia moglie prende subito posto. Io resto in piedi. Ma c'è un angelo slavo, una badante, immagino, che mi fa segno di prendere il suo posto accanto a mia moglie. Dico di no, un po' per i consueti giochi di bon ton, un po' perché davvero mi rattrista il fatto di apparire tanto vecchio ad una donna neanche giovanissima. Ma lei insiste e non sente ragione. Quasi come fanno i turisti giapponesi che nella mia esperienza considerano intollerabile restare seduti lasciando in piedi qualcuno coi capelli bianchi. Che c'entra Salvini? C'entra perché, con tutti miei esercizi d'ascolto alle ragioni umane, comprese quelle di Salvini e al suo “prima gli italiani” , proprio non riesco a capire perché dovrei ingaggiare battaglie per il giovane indigeno col cappello Usa pesantemente incontrato all'andata, preferendolo all'angelo polacco che mi ha ricordato dolcemente i miei anni. E perché dovrei preferire la sintassi italiana di non dico chi a quella impeccabile della donna e della bimba nere incontrate al mattino.

venerdì 28 aprile 2017

La lunga filiera dai migranti in taxi alla prestigiosa maglietta in boutique

Molto interessante Piazza Pulita di ieri. Prima la documentazione e il dibattito sui taxi del mare, polemica innescata dal vicepresidente della Camera. Con rilevante responsabilità del procuratore di Catania. Poi uno spaccato impietoso della filiera tessile che parte da un comprensorio campana e si chiude negli eleganti uffici di un grande marchio.
Bravo ed equilibrato Formigli che, pur non nascondendo il suo punto di vista, ascolta e stimola pazientemente le ragioni del rappresentante M5S. Orbene le Ong umanitarie (o qualcuna? O una?) sarebbero complici degli scafisti, anzi da loro finanziati, per traslocare nei taxi del mare i migranti. Possibile che accada. In qualche caso. Possibile che si debbano fare accordi con i criminali affaristi per salvare vite umane. Evidente che dovrebbero essere le marine degli Stati a presidiare le acque marine e salvare i profughi. Ma gli Stati europei si ritraggono. Quindi ragionevole che i disperati debbano considerare “amici” i trafficanti che a caro prezzo offrono un'alternativa al morire sotto le bombe o nelle carestie. Né più né meno sono corteggiati dai disperati i caporali che nel foggiano e altrove reclutano bracciantato per quattro soldi. Nell'assenza della legge e dello Stato. A maggior ragione come non apprezzare i volontari che offrono gratuito soccorso?
Nella seconda parte della trasmissione scopriamo l'Italia che si arricchisce sul lavoro semigratuito e in nero degli immigrati. Nell'esempio indagato dallo squadra di Formigli scopriamo la filiera del tessile che sviluppa a partire da laboratori malsani e manodopera bengalese pagata poco più di 2 euro l'ora. Quei laboratori ricevono commesse da una ditta locale che fa da intermediario col committente lontano. Così il committente resta “pulito” infatti. Non è tenuto a sapere e non vuole sapere “di che lacrime grondi e di che sangue” la filiera. La maglietta che il laboratorio produce ad 1 euro è quella che compreremo in boutique a 36 euro. La differenza invero non è profitto netto, ma prevalentemente investimento in immagine, pubblicità, marketing. Comprando quella maglietta insomma compriamo prevalentemente un logo, uno status simbol. Fra le cose che la trasmissione mi ha suggerito c'è questa: “austerità” è parola tutt'altro che spregevole, se nel segno del rifiuto del consumismo di “immagine”, oltre e più che di beni tangibili.
P.S. Almeno sul referendum promosso dalla CGIL per attribuire piena responsabilità all'azienda appaltante sulla filiera sottostante non ho la minima obiezione.

giovedì 27 aprile 2017

Filippini su Marte


I miei compagni di viaggio, mia moglie compresa, non notano nulla. Loro leggono libri o riviste o chattano, anche in piedi. Io non riesco a far nulla di questo sulla metro, neanche seduto. Godo i vantaggi dei miei handicap. E osservo. Mi sono seduto grazie alla gentilezza della coppia filippina, con l'uomo che piglia in braccio il figlioletto dagli occhi immensi e nerissimi. Davanti a me c'è una coppia di stranieri (inglesi, credo) molto tenera, con le mani intrecciate che ogni tanto si separano per una carezza sulla gamba. Sensualità e tenerezza. Normale. La nuova normalità delle coppie gay. Normalità accolta, tranne forse da qualche branco di periferia. Però mentre gli italiani non sembrano osservare e continuano a chattare, e mentre il marito filippino guarda fisso davanti a sé, lei, la moglie, guarda verso la coppia, poi guarda me. Capisco che vorrebbe una spiegazione. Ripetutamente guarda avanti e poi verso me. Ma da me non arriva nessuna risposta ovviamente. Mi piacerebbe darle conto dei nuovi mondi che la turbano e sorprendono. Non posso. Posso solo provare tenerezza per il suo stupore, come provo tenerezza per tutti quelli che per varie ragioni si sentono su un pianeta alieno e non protestano, non fanno cortei e falò. Aspettano di capire da un compagno di viaggio che non può rispondere. Scendo.

martedì 25 aprile 2017

25 aprile 2017

A tutti gli amici un felice 25 aprile. Un pensiero speciale a quanti, come me, credono che non si può essere felici circondati da infelici.

lunedì 24 aprile 2017

Le Pen contro Macron: campagna e periferie contro le città.


Macron vince in Francia e stravince a Parigi mentre Le Pen vince in provincia e straperde a Parigi. Come Clinton contro Trump. Come Renzi contro l'accozzaglia (diciamo...), come il No contro Erdogan. Città contro periferie sostituisce destra/sinistra. Ma solo perché la sinistra ha le vertigini. Non nomina il capitale, insegue la destra sovranista, insegue gli eurofobici, non sa che pesci pigliare. Non avrei votato Macron, ma da presunto cittadino che guarda a sinistra, alla sinistra sempre sconfitta, non mi sento di esibire ciò che di lui non può piacermi. Dico invece che mi è piaciuto il coraggio di circondarsi di bandiere dell'Europa e di rilanciare lo spirito di Ventotene. E' più facile nascondere in cantina la bandiera dell'Europa, come la furbizia renziana ci insegna. Infine oggi la politica conta poco per quel che fa mentre il mondo si muove mosso da altro e contano più le narrazioni che qualcosa cambiano nelle emozioni e nel senso comune. Fragile la riforma sanitaria di Obama. Incancellabile invece il dato per cui un nero può raggiungere il top. Mal che vada Macron sdoganerà i mariti 39enni con mogli 60enni e che danno il biberon al nipote della moglie. Bella storia di amore e di libertà che riempirà i mass media.

domenica 23 aprile 2017

La vendetta sull'assassino che non c'è più


Lo avevo letto e ricordato giorni fa. I farmaci letali stavano per scadere, come scade un antibiotico o l'aspirina. Il governatore dell'Arkansas aveva ordinato di far presto. Sicché ieri è stato giustiziato Ledell Lee. 20 anni dopo la sentenza di condanna. Assassino naturalmente. Nero quasi naturalmente. Non tanto perché la giustizia perseguiti i neri.Un tantino sì, magari. Ma soprattutto perché l'eguaglianza dei punti di partenza è una favola consolatoria e un programma impossibile. Nella corsa ad handicap della vita si è un po' svantaggiati se si nasce donna: Si è molto svantaggiati se si nasce nel corno d'Africa o neri in America. Ma, oltre a questo, a chi ieri il governatore dell'Arkansas ha tolto la vita? Ad un feroce assassino, diranno ragionevolmente quelli che credono alla nostra identità irremovibile. Ad un altro uomo, forse peggiore del primo, forse migliore, ma un altro dopo 20 anni, diranno quanti credono che tutto scorre e non ci si bagna due volte nelle stesse acque.

L'assedio degli "altri" e dei dimenticati


Nella bella domenica di sole compro il giornale da leggere al ritorno dalla passeggiata in centro. Nell'angolo semiappartato delle macchinette dove si tenta la fortuna e normalmente si sperimenta la sfortuna e la ludopatia ci sono uomini ed una donna concentrati. Fuori una elegante signora gratta con la moneta la scheda poggiata sul bidone dei rifiuti. Molte coppie serene, con bambini e carrozzine vanno verso la Piazza pedonale dove vado a sedere a prendere sole e caffè. Sulla strada un gruppo di bianchissimi adolescenti nordici che barcollano sbronzi con bottiglie di birra. Cinque stelle in Piazza.come quasi sempre. E bambini affascinati dal chitarrista davanti al bar.- Godo come posso il sole. E cerco di non provar troppa pena per l'anziana che raccoglie bustine di zucchero dai vari tavoli. E cerco di accettare l'assedio degli africani venditori di rose. Mi limito a formulare il mio inutile pensiero: perché non assegnare un reddito equivalente a quello ottenuto col finto lavoro di vendere rose, proponendo a quei giovani neri di ripulire la città? Infine un ragazzo in carrozzina che chiede qualcosa per un'operazione alle mani. Ok, torno a casa. Dopo pranzo mi immergo nella lettura sulle elezioni francesi e sulle primarie italiane e qualcosa sui diritti di quelli che hanno un lavoro. Non leggo nulla sulla ludopatia, non leggo nulla su chi non avrà mai un lavoro, non leggo nulla sugli anziani che fanno il colpo grosso di razziare zucchero ai tavolini del bar, non leggo nulla sui giovani europei che vengono a Roma ma che preferiscono la birra al Bernini.

venerdì 21 aprile 2017

Se l'Isis vota Le Pen io voto Melenchon.


Non sono portato a credere ad un grande vecchio dell'Isis capace di raffinate strategie in cui inquadrare gli improvvisati ed invasati cani sciolti. Però certamente l'Isis dovrebbe preferire Le Pen. Così come l'Inter una partita col Milan piuttosto che col Varese. Gli estremi si odiano ed amano o almeno hanno bisogno l'uno dell'altro. Se potessi votare, io invece voterei Melenchon. Il meno peggio: ecologismo coerente e progressività delle imposte. Anche se non mancano nel suo programma le sciocchezzuole luddiste del resto oggi vincenti a sinistra e a destra. Vedi pensione a 60 anni e riduzione dell'orario di lavoro. La solita favola del lavorare meno per lavorare tutti. Io vi oppongo la libertà di scegliere se lavorare meno e quando smettere di lavorare. Una opzione esistenziale e non già una trovata pseudo-economica. Comunque Melenchon. E comunque abituarsi a morire di terrorismo come di cancro o di incidente stradale. Fare spallucce agli idioti che credono che vergini stupende aspettino i loro corpi smembrati. E bombardare i loro Paesi di provenienza e le loro comunità in Europa con profilattici e buona letteratura. Il diavolo e il buon Dio di J. P. Sartre non sarebbe male.

giovedì 20 aprile 2017

La disperazione infinita e il reddito di inclusione


Me lo dico da solo. La mia è una idea stramba. Anzi non è neanche una idea: è un sentimento. Mi ha assalito recentemente quando Gentiloni ha presentato i decreti attuativi delle misure contro la povertà. Si vuole dare sollievo a quattrocentomila famiglie ovvero a circa un milione e mezzo di persone classificate fra le più povere. Lo si farà con un assegno mensile pari a 480 euro per nucleo familiare. Oltre che con misure di inclusione (accompagnamento al lavoro). Lo si farà per una quota dei sette milioni di poveri e dei quattro milioni di italiani certificati in povertà assoluta. Dovrei essere contento. Meglio qualcosa che niente. Meglio qualcosa per qualcuno piuttosto che per nessuno. Meglio un timido avvio di una politica vagamente somigliante alle politiche in atto in quasi tutti i Paesi di Europa. Già, ma chi mi dice che è un avvio? Chi mi dice che progressivamente si risponderà alla disperazione dei sette milioni di variamente disperati? E' egualmente probabile che il soccorso al milione e mezzo di persone non sarà più finanziato in avvenire. Forse subentreranno altre esigenze: premiare l'impresa che altrimenti delocalizza, un bonus a chi già ha qualcosa per incrementare i consumi, super-stipendi e vitalizi. Esigenze dei politici più che esigenze del bene comune. E poi c'è quel mio strano sentire. Quello che mi porta a dire che le disperazioni non possono essere né sommate né sottratte. Che l'infelicità di un padre che perde lavoro e casa e non sa cosa dire ai figli occupi uno spazio infinito. Infinito. Mille o un milione di storie simili occupano lo stesso spazio infinito. Non pretendo che la collettività sia capace di sopprimere ogni disperazione. Dico solo che riconosco come sinistra l'intenzione di farlo. Almeno questo. Non riconosco come sinistra chi assume altre priorità. Per questo sono orfano della sinistra oggi.

mercoledì 19 aprile 2017

La polvere sotto il tappeto

L'ultimo viadotto crollato è una tragica, efficace metafora dell'Italia che scricchiola e poi crolla. Sette crolli negli ultimi tre anni. Tre negli ultimi sei mesi. E non solo viadotti, ma case, scuole, argini. Ruffolo oggi su Repubblica ricorda per contrasto i miracoli di ingegneria realizzati nei decenni trascorsi dal nostro Paese sul territorio nazionale e all'Estero. Cosa succede allora oggi? Certamente le privatizzazioni, i nessi torbidi fra politica ed affari. Certamente la amoralità dilagante del business che lucra economizzando cemento e ferro. Certamente e soprattutto lo scarto fra il consenso nell'inaugurare opere e l'inesistente ritorno politico della buona manutenzione, quella che non procura voti. Da dove cominciamo allora? Da una rivolta etica contro le logiche familistiche dei favori. Da una semplificazione delle reti delle responsabilità. Dalla indisponibilità a farsi abbagliare da eventi. Dalla capacità di scorgere la polvere nascosta sotto i tappeti dei Grandi Leader.

sabato 15 aprile 2017

Da Bush a Kim a Casaleggio

Cominciarono gli Usa, mi pare. Andando avanti cominciammo ad andare indietro. A Bush senior subentrò Bush jr. Però dopo breve intervallo. Perché non si pensasse che gli Usa sposavano l'odiata monarchia ereditaria. Non ebbe bisogno di intervallo la dinastia consolidata di Kim nonno cui successe Kim figlio e poi il ridicolo Kim nipote. Strano epilogo della Repubblica popolare democratica di Corea. E poi venne l'Italia con Casaleggio Jr successore di Casaleggio senior. L'uno vale uno oggi va cercato nella monarchia costituzionale del Regno unito. Dio salvi la Regina!
P.S. Appunti per spiegare al nipotino cose difficili da spiegare a me stesso.

giovedì 13 aprile 2017

Antologia delle parole futili 4: "cambiamento"


Il partito del cambiamento dispone della maggioranza assoluta. Ne fanno parte i favorevoli al liberismo senza laccioli e gli statalisti. Gli antieuropeisti e quelli di Ventotene. Quelli che "a casa mia inquino come mi pare" e quelli che "nessuno tocchi una foglia". Gli altri - la minoranza - si occupano di politica. Ognuno cambiando e conservando.

Antologia delle parole futili 3: "garante".


Il "garante" non sostituisce la democrazia. Semplicemente dice se una elezione è democratica o no. Può deciderlo prima o può deciderlo ad elezione avvenuta. E' un po' più di Domineddio. Decide il perimetro di compatibilità. Tutto il resto è coerente con la democrazia comunemente intesa. Magari online. Magari con percentuale minima di votanti. Ma questi pare siano dettagli.

mercoledì 12 aprile 2017

Antologia delle parole futili 2: "signori"


"Signori" prende più o meno il posto di "professoroni". Sprezzante come quest'ultimo. "Signori" sono tutti quelli che hanno usurpato il suo posto di unto del Signore (con la maiuscola) o del Popolo. Giudice dell'unzione avvenuta è solo l'unto.

martedì 11 aprile 2017

Antologia delle parole futili: "palude".


"Palude" è parola che piace a quelli che vogliono prendere tutto il pacchetto azionario con il 30% o, al massimo, se non si può fare violenza maggiore alla rappresentanza e all'uno vale uno, col 40%. A forza di sbarramenti e premi di maggiorana. Cioè premi alla minoranza più grossa perché diventi maggioranza. Il dialogo, l'incontro, il compromesso sono "palude".

mercoledì 5 aprile 2017

La strage degli innocenti

Di fronte all'ultima strage in Siria, la mia reazione è di sgomento, ma anche di rifiuto assoluto di schierarmi per il meno peggio. Non ho idea di cosa sia il meno peggio. Assad, i ribelli "moderati", quelli radicali, la Russia, gli Usa, o addirittura l'Isis? Guardo perplesso a tutti i politicanti, liberal, conservatori o "fasciocomunisti" che hanno deciso e sempre decidono a prescindere. Resto solo. E resto con una sola domanda. Se disponessi della forza necessaria, cosa farei? Mi asterrei o interverrei? Pacifismo o neutralità impotente (risolvano i siriani i loro problemi) come in Ruanda o imporre con la forza ed il sangue la pace? Il pensiero proibito è che non ci sia soluzione alle tragedie del mondo. Si sceglie la tragedia preferita. Nient'altro.

domenica 2 aprile 2017

Erano tutti miei figli: attualità del familismo assassino e delle sue varianti


Torno dal Quirino di Roma dove ho assistito alla rappresentazione di “Erano tutti miei figli” di Arthur Miller. Con particolare emozione. Il teatro fu la mia scoperta giovanile: in particolare Shakespeare, Sartre e Miller. Prediligevo nel teatro la dialettica fra i protagonisti che non ha soluzione e spesso la pietà sui carnefici e vittime dei conflitti. “Erano tutti miei figli” poi ha rappresentato la mia prima prova impegnativa da dilettante. Osammo rappresentarlo, io e compagni di lavoro, nel centro di formazione professionale in cui lavoravo. Era il 1979. Epoca di pedagogia appassionata e un po' retorica. Con il mitico tentativo di incontrare la classe operaia. Mi feci crescere i baffi allora per invecchiarmi un po' ed interpretare Jo Keller, il magnate protagonista sessantunenne. Ora, riprovandoci, dovrei compiere l'operazione inversa di ringiovanirmi.
Mi piaceva l'opera giovanile di Miller per il suo impegno quasi ingenuo, quell'impegno che mise Miller, poco dopo, sotto l'indagine spietata del maccartismo. Straordinaria allora, nel 79, ed oggi l'attualità del dramma. Il conflitto irrisolvibile fra le ragioni familiari e quelle della comunità. E la scoperta dei meccanismi culturali che ancora oggi nella coscienza dei protagonisti e dei loro familiari complici giustificano i crimini contro l'umanità. “Io vivrei con 25 cent al giorno” dice l'industriale protagonista. “Quel che ho fatto l'ho fatto per la mia famiglia.” Per la famiglia è lecito anche mettere in conto il rischio di uccidere vendendo al governo pezzi difettosi per aerei di combattimento. Miller esplora sgomento i meccanismi di autoassoluzione, insieme ai silenzi e alla scelta di non sapere e non capire della famiglia. Jo Keller capirà infine che c'è un mondo oltre le pareti domestiche del quali portiamo la responsabilità. Capirà che erano tutti suoi figli, anche i piloti caduti per sua responsabilità. E la scoperta sarà insostenibile. Mi è capitato qualcosa di imbarazzante durante la rappresentazione. Soprattutto nei momenti in cui Chris, figlio dell'industriale e voce del Miller impegnato, espone sdegno per una società così “pratica” in cui tutti sono dediti agli affari e in cui tutti sono contro tutti. Perché quelle lacrime imbarazzanti? Non credo solo per l'intensità del testo. Mi sono convinto che piangevo me stesso rivivendo qualcosa accadutomi 38 anni fa e pensando che 2 su 5 degli attori di allora non ci sono più.