mercoledì 17 maggio 2017

La politica del bar dello sport e delle comari




Una volta era una cosa seria. Accompagnava e produceva progresso e tragedie. Oggi non c'è o e una cosa ridicola. Fatta di lazzi e smorfie. Impregnata della logica del tradimento come nelle invettive del bar dello sport. Chi era nella tua squadra ieri, come un Higuain, lasciando la squadra è un reietto. Chi era al confine estremo del tuo perimetro e con un saltino ne esce per elaborare la propria autonomia diventa distante anni luce, più di quelli che stavano e stanno in un pianeta distante anni luce. Le bandiere delle appartenenze, come la bandiera d'Europa, si alzano ed ammainano a capriccio. E poi “fidatevi di me”, “quello ce l'ha con me”, “l'altro pure perché non gli ho dato il ministero”.
“Che noia, che barba, che noia” diceva l'indimenticabile Sandra Mondaini.

 I costi discreti della politica appaiono più intollerabili dei costi abnormi dello spreco umano dell'inoccupazione. Oggi si può irridere a chi tenta di inserire un gettone nello smartphone e domani, egualmente e al contrario, alla democrazia digitale. La politica diventa mera esibizione simbolica: quattro soldi dello stipendio del politico per finanziare l'un per mille o centomila delle piccole imprese o scopare una strada fra flash di fotografi, lasciando irrisolto il problema della igiene cittadina. E rispondere all'esibizione con esibizione di orrida oscenità (Libero). Come nei discorsi di soli uomini o di sole donne. Oggi propendo per l'astensione.